Rino il recidivo: rimonta a febbraio, crollo in primavera. Un anno dopo, siamo punto e daccapo

Rino il recidivo: rimonta a febbraio, crollo in primavera. Un anno dopo, siamo punto e daccapo


Gattuso è un testone, si vedeva sin da quando faceva il calciatore che voleva allenare”, così Max Allegri sul suo allievo e rivale Gennaro Gattuso alla vigilia della finale di Coppa Italia dello scorso 9 maggio, che – tra le altre cose – terminò con il risultato di 4-0 a favore della Juventus.

Aveva ragione, su entrambe le cose: che Gattuso fosse un allenatore in campo era sotto gli occhi di tutti e non era così difficile già otto anni fa immaginarselo in panchina a dare indicazioni. Ma soprattutto sulla testardaggine dell’ex numero – ora coach – rossonero, che dai suoi errori proprio non vuole imparare. Sembra un attacco personale – perché non è la prima volta che punto il dito nei confronti di Gennarino -, ma sfogliando casualmente (?) i pezzi che per questo network scrivo settimanalmente, ne ho trovato uno di qualche settimana fa che titolava così:Rino, febbraio è il tuo mese. Ma occhio alla ‘maledetta primavera’…”. Gufo o profeta non so, ma sta di fatto che ci avevo visto lungo.

FIDUCIA AI SOLITI 11, POI ALLA VOX POPULI

Due errori madornali commessi anche la passata stagione, nello stesso periodo. Che Gattuso abbia i suoi prediletti – uno a caso, Calhanoglu -, che schiererebbe anche su una gamba, non è un segreto. Così come non lo è il fatto che abbia a disposizione una panchina corta e anche piuttosto mediocre, tale da non consentirgli chissà quali mosse. Ma affidarsi sempre ai soliti undici (o poco più) può andar bene per un paio di mesi, poi basta: Suso spremuto all’osso, così come Kessie, Calhanoglu e Rodriguez, che non a caso sono i quattro che in questo momento sono coloro che più lontanamente assomigliano a giocatori di pallone. Così scarsi anche loro? Può darsi che non siano fenomeni, ma se ad inizio annata – Turco 10 a parte – sono apparsi tra i più determinanti, è difficile pensare che si siano imbrocchiti da una partita con l’altra. Evidentemente non ce la fanno più. E piuttosto che averli ora – nel vivo della volata Champions – con la lingua a terra così come accaduto un anno fa a metà marzo dopo una scalata incredibile, forse sarebbe stato meglio concedergli un po’ di riposo prima, anche durante ‘i due mesi della rimonta’ (che sembra quasi il titolo di un film).

L’altro: rimembrate cosa invocavano ad aprile – dopo una serie piuttosto negativa di risultati – i tifosi? “Rino, metti le due punte! Cutrone e il portoghese insieme!”. Vi ricordo come andò l’esordio – rimasto tale – del 4-4-2: finì 0-1, con il Benevento ultimo in classifica a fare festa a San Siro. Voce di popolo non si discute, ni. Ieri il tanto voluto modulo col trequartista, improvvisato e senza idee; sabato scorso – contro la Samp – Paquetá out perché “mi dite che gioca sempre da un anno e mezzo e allora l’ho fatto riposare”. Rino deve probabilmente realizzare totalmente di essere l’allenatore del Milan e che deve imporre le sue scelte, prescindendo dalle frecciate della stampa e dalle richieste di pancia del popolo rossonero. Invece – per la seconda volta – nel momento più critico della stagione ha preferito dare ascolto alla folla, rinnegando il suo credo tattico. Sintomo questo di scarse autostima e personalità.

L’EFFETTO INTER COLPISCE ANCORA

L’Inter batte il Milan e il Milan crolla, non un caso. I rossoneri infatti pagano per la seconda volta un complesso di inferiorità che si sta facendo sentire – e non poco – nella testa dei più della rosa di Gattuso (ricordiamo – peraltro – ancora molto giovane e fragile). Non è la sconfitta; è come è maturata ad aver creato il tarlo. Il Diavolo – così come lo scorso aprile, così come all’andata – anche questa volta viene surclassato perché rinuncia ad offendere, perché rinuncia ad imporsi, perché rinuncia sostanzialmente a giocare contro dei cugini fino a tre giorni prima alle corde e che – di fatto – quindici giorni dopo vengono costretti ad arrendersi tra le mura amiche anche sotto i colpi – o meglio, il colpo (di testa) – di una Lazio tutto sommato bruttina. Ritrovandosi incapace di preoccupare per la terza volta di fila la diretta pretendente, perdendo senza anima, il Milan esce sconfitto sul campo, ma soprattutto nella testa. E da qui tutto il resto.

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