Fernandez al CdS: Napoli fantastica per noi argentini

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Federico Fernandez
, giovane difensore azzurro, racconta i primi mesi  della sua vita napoletana in un’intervista rilasciata al Corriere dello Sport: 


Il suo primo impatto, Fernandez.

«Mi hanno colpito le analogie tra i due popoli e anche quella tra le due città. Più che simili, sembriamo uguali: gli stessi profumi, lo stesso caos, lo stesso clima».

Sarà per questo che è difficile resistere al richiamo?
«Troppo giovane per dirlo, però ne ho il sospetto anch’io. Qui tutto riconduce, calcisticamente, a Diego; però dal punto di vista ambientale, la somiglianza è impressionante sin da quando atterri a Capodichino. Questa è la miglior città possibile per noi argentini».

Il panorama, da casa sua, non è male.
«Ho scelto di abitare a Posillipo, per godermelo tutto. Il mare sembra di toccarlo. E poi lo sguardo si perde in lontananza. Ho la fortuna di avere uno zio che è impegnato qui a fare l’imprenditore e mi sta guidando. Ieri, sono stato in barca e ci siamo spinti sino a Sorrento. Uno spettacolo della natura da restare a bocca aperta».

Lei è arrivato già preparato, però…
«Roberto Ayala, per noi giovani un mito, è amico del mio procuratore e mi ha raccontato la sua Napoli: lui ci ha giocato, la conosce molto bene. E mi ha spiegato i segreti d’un posto incantevole».

Ora che c’è dentro, soddisfatto della scelta?
«Di più, molto di più. Ed ho cominciato appena a girarla. Aspetto dritte giuste dai miei compagni, che comunque indicazioni me ne hanno offerto».


Il giovane Fernandez ci ha provato anche a scuola.
«Però avendo sempre attenzione per il calcio. Ma io a casa sono stato stimolato a studiare: mio fratello Alvaro è traduttore, mia sorella Matile è prossima alla laurea in amministrazione di impresa. Mio padre Carlo è commerciante e mia madre Claudia è insegnante. Sono stato capace di arrivare all’università, facoltà di scienze motorie, per insegnare educazione fisica, ma ho dovuto scegliere».

Meglio centrale difensivo nel Napoli.
«Sono nato a Tres Algarrobos, a quattro anni andavo a letto con il pallone che mi aveva regalato il mio papà, al quale devo molto, perché mi ha sostenuto; quando riuscivo a scappare, mi venivano a prendere per strada, perché ero lì a giocare. Ho capito presto cosa sarebbe stato di me».

L’italiano non va male.
«L’ho studiato in Argentina, poi sono arrivato qua e ho trovato un bel po’ di sudamericani. Campagnaro mi ha aiutato immediatamente, con lui ho condiviso la stanza e le sue lezioni sono state utilissime».

Ogni mondo è paese e i calciatori sono spesso sinonimo di bella vita.
«State tranquilli, non ho tentazioni, non amo le discoteche, né fare tardi. Preferisco una buona cena. A tavola, acqua e coca cola».

Nel suo menù cosa non deve mai mancare?
«Cotoletta e patatine fritte».

Una abitudine tipicamente milanese, insomma.
«No, scusi: mozzarella e pomodoro».

Dica una cosa (seria) calcistica…
«Che siamo competitivi, possiamo arrivare in alto, lottare per lo scudetto».

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