Dal paradiso al manicomio all'improvviso

Dal paradiso al manicomio all’improvviso

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Il dono più grande? La vita. E’ il principio, il punto di inizio. Le occasioni? Non sono infinite e diventa difficile trovarne ancora dopo averne sprecate diverse.

Credo che il Milan sia l’ultima tappa della mia carriera” diceva, raggiante e (momentaneamente) sincero, il Pibe da Bari. Parlava così e gongolava: “Vorrei vincere la Champions, la Coppa Intercontinentale e lo Scudetto. Sono venuto qui per questo“. Sorrideva e prometteva: “Non tradirò la gente che ha creduto in me, ora è diverso diventerò padre e qui c’è l’ambiente giusto”. Su Galliani e il presidente Berlusconi che da subito lo aveva accolto alla grande: “Devo ringraziare di cuore il presidente e il dott. Galliani che mi ha aiutato in un momento difficile, quando ero nel momento più buio il dott. Galliani mi è stato veramente vicino e mi ha tolto dai guai“. Il solito showman anche davanti ai microfoni, in una conferenza stampa, quella di presentazione nel gennaio 2011, dalla quale sembrano passati anni luce.

Oggi, a conti fatti, queste rimangono parole lasciate andare al vento. Come del resto tante altre, non ultime quelle in nazionale che hanno sancito lo strappo definitivo con il rossonero: “Cosa penso della cessione di Thiago Silva? Penso che se lo vendi, è dura, dura, dura. E senza Thiago Silva, perdiamo il 50% del valore della nostra squadra. Quindi bisogna essere chiari con gli obiettivi. Senza di lui non possiamo competere per lo scudetto o vincere la Champions League”. Per poi rincarare le dose: “Io adesso voglio giocare bene questo Europeo, poi vedrò se resto al Milan o no”. Parole da superficiale, ancora di più dopo una stagione a libro paga senza aver potuto contribuire alla causa per via del cuore malato.

Ingrato. Questa l’etichetta che più, l’ormai ex 99, si vede appicciata addosso. Perchè il Milan lo ha accolto, poi salvato, curato e aspettato, senza ripensamenti. Quello che però non riesco proprio a capire, al di là della gratitudine che può variare o meno a seconda della sensisibilità e dell’intelligenza delle persone, è come un giocatore del calibrio di Fant’Antonio non abbia il coraggio di assumersi le sue reposanbilità e caricarsi la squadra sulle sue spalle. Sarebbe successo questo al Milan dove, grazie alle partenze, avrebbe potuto acquistare un ruolo ancor più centrale nel progetto. Bastava volerlo, ma evidentemente è più facile giocare con tanti campioni intorno e fare la prima donna solo per i capricci. Personalità sì, ma sulla carta.

Non si fa Anto’, non così. Tutto il Milan ti ha abbracciato nel momento più delicato della tua vita, dall’altra parte addirittura si prendevano gioco di te con striscioni offensivi come: “Cassano gioca con il cuore“. Non avresti dovuto andartene sbattendo la porta in faccia a gente a cui dovevi molto più che qualche gol. In definitiva però su una cosa avevi ragione: “Se fallisco qui sono da rinchiudere al manicomio“. Hai fallito, in toto, in primis come uomo. Il Milan ti lascia, non trattiene chi non ama quello che indossa, non prega di restare. Nessuna resistenza. A Milanello si ha bisogno di certezze e poche chiacchiere. Per noi, davvero, competitivi o no, “più del Milan c’è solo il cielo“.

Il medico ha detto che il cuore è ok, puoi tornare a giocare ad alti livelli. Però quella parte riservata ai sentimenti non ha proprio potuto sistemarla. Ci dispiace ma il danno è fatto. Ti abbiamo ridato la vita e un’occasione dopo Roma, Madrid e Genova dove ti eri divorato rapporti con chiunque rischiando di bruciarti ancora prima di vincere qualcosa. Ora cambia sponda, noi non ci volteremo più a tenderti la mano.

 

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