Franco Rossi - Ci lascia uno dei giornalisti sportivi più popolari

Enzo Palladini (Mediaset) in: “Addio Franco, maestro nel dettare a braccio”


Pubblichiamo un bellissimo pensiero del collega Enzo Palladini di Mediaset, che ricorda Franco Rossi, colonna del giornalismo sportivo italiano, scomparso oggi all’età di 69 anni. Compagno di viaggio del direttore di SpazioMilan.it, Christian Pradelli, in diverse trasmissioni televisive, Rossi era uno dei volti più popolari del calcio nostrano. 

GUESTBOOKAveva il gusto del paradosso sviluppato a tal punto da rendere paradossale anche la notizia della quale nessuno vorrebbe mai essere protagonista. “Quando morirò – diceva da anni – i giornali se la caveranno con una breve. Scriveranno così: E’ morto Franco Rossi. Lo piangono in molti: i creditori”. Nessuno sa con certezza se avesse ancora dei creditori, ma sicuramente oggi non sono gli unici a piangerlo.
C’è tutta una generazione di giornalisti di calciomercato che ha imparato tanto – tutto – da lui. Quelli che oggi hanno tra i 40 e i 50 anni hanno cercato di rubargli i segreti del mestiere, di andare a fondo nello sviscerare una notizia, di aggiungere quei dettagli che fanno sempre la differenza.

Inimitabile era invece il rapporto che riusciva a creare con alcuni personaggi che hanno fatto la storia del calciomercato. Il compianto presidente della Sampdoria, Paolo Mantovani, lo chiamò un giorno dai Tropici per dirgli che il Milan aveva dato Cimmino in prestito al Como e non gli avrebbe mai raccontato una bugia. Luciano Moggi ai tempi d’oro, quando comandava davvero il calcio italiano, lo temeva e lo rispettava.

Ha amato follemente il Brasile per quasi 30 anni. L’ultima volta però era stata una coltellata: rapinato per strada poco dopo aver scoperto che il suo appartamento di Fortaleza era stato occupato abusivamente, ha deciso che non era più il caso di farsi del male. Negli ultimi anni le sue passioni erano il Giappone e la Turchia, ma i viaggi in generale erano un vizio che non avrebbe mai abbandonato, come quello del fumo, per togliersi il quale non sono bastati due attacchi di cuore.

Si illuminava d’immenso quando vedeva una coppia felice, forse perché non era mai riuscito a dare un ordine alla sua vita sentimentale. Non aveva mezze misure, mai. La gente lo adorava o lo detestava, non lasciava mai indifferente. Ma poteva capitare che qualcuno di quelli che lo detestavano, dopo averlo incontrato e conosciuto saltassero la barricata entrando nella schiera dei suoi ammiratori. Era un incantatore nato, non era impossibile che cento persone in un ristorante smettessero di parlare per sentire lui che raccontava uno dei suoi mille aneddoti.

E anche chi li aveva sentiti per la centesima volta restava incantato ad ascoltare i nuovi particolari che venivano aggiunti. Esperienza impagabile averlo come vicino di scrivania in una redazione, oppure compagno di viaggio in una trasferta lavorativa, o trascorrere una mattinata sul viale principale di Foggia con lui e Peppino Pavone che si davano battaglia a colpi di aneddoti sul calcio degli anni ’70, o meglio ancora sfruttarlo come guida turistica sulle strade del Brasile. Possedeva una specie di calamita cosmica che attraeva la persone e le situazioni più strane del mondo. A dispetto del nome più banale possibile, la sua vita non ha mai vissuto un secondo di banalità. Leggeva tutto, avidamente, voleva recuperare il tempo perduto in gioventù, quando una situazione personale e familiare complessa gli aveva impedito di seguire un percorso normale. L’aveva recuperato abbondantemente, con un gusto per l’originalità che lo ha reso davvero diverso da tutti, una voce fuori dal coro, con tanti nemici e tanto onore ma anche tanti amici e tanto rispetto. Esprimere un’opinione ardita era una assist per lui, se la condivideva riusciva a trasformarla in un articolo straordinario.

Ha attraversato le epoche senza paura, era un maestro nel dettare “a braccio”, cioè senza scrivere (oggi pochi usano questa espressione), ma si è districato in maniera perfetta anche tra i tasti della macchina per scrivere e poi del computer, perché fino alla fine la sua mente è stata aperta, ricettiva, pronta a captare i cambiamenti del mondo, del calcio, della vita quotidiana. Amava il paradosso alla follia ed è un paradosso che chi oggi lo sta ricordando così o in un altro modo non riceva una telefonata così concepita: “Voto a quello che hai scritto otto, mi hai allungato la vita”. Magari.

Enzo Palladini – Mediaset




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