Panchina Milan, Inzaghi: "Senza Berlusconi e Galliani, non sarei qui"

Inzaghi: “Spero nella A, ma fra 3-4 anni. Senza Berlusconi e Galliani, forse sarei già al Sassuolo…”


Filippo Inzaghi, allenatore della Primavera del Milan, stamane, è stato intervistato da La Gazzetta dello Sport. Ricordi, ambizioni, ma soprattutto tanto rossonero. Sul suo ruolo, lo stesso del fratello Simone: “Vogliamo trasmettere i nostri valori, oggi c’è meno rispetto per l’allenatore di 20 anni fa, ma io e Simone siamo fortunati perché a Milan e Lazio i giocatori arrivano già con una buona base di formazione“.

Dai primi passi fino al Viareggio, il credo calcistico di SuperPippo ha il sapore di successo: “I primi tempi dopo l’addio al calcio mio fratello mi diceva che sarebbe stata dura, ma che comunque sarebbero arrivate soddisfazioni. Simone aveva la stoffa dell’allenatore in campo. Qualche tempo fa uno mi disse: “da giocatori si dorme, da allenatori no“, ho scoperto che è così. Cerchiamo di insegnare ai nostri ragazzi che non devono avere rimpianti e se uno si è allenato bene è a posto. Adesso so da allenatore che non posso sentirmi bene solo io prima di una partita: è un lavoro che dipende dai giocatori, dagli altri. A Viareggio non eravamo i più forti, ma quelli con più carattere“.

Sono insistenti ed incessanti le voci che lo vorrebbero sulla panchina del Milan l’anno prossimo, ma Inzaghi non vuole correre: “Spero di ritrovarmi in Serie A contro mio fratello tra tre o quattro anni. Adesso da allenatore sono più autocritico rispetto a quando giocavo, penso sempre ai miei errori. Se mi chiamasse Zamparini? Gattuso ha fatto bene ad andare, lo avrei fatto pure io, perché come si fa a rifiutare una chiamata del genere? Io e Simone pensiamo che quello attuale sia il percorso migliore per entrambi erò se sei ambizioso devi sempre sentirti pronto. Io cercherò di essere un mister vero e di non fare quello che, da giocatore, mi dava fastidio in un allenatore“.

Tattica e ringraziamenti: “Per la mia crescita è stato importante il tecnico Cella che mi allenò nelle giovanili, poi trovai Cagni che era un martello e questo mi è servito, poi Mutti, Mondonico ed anche Ancelotti mi hanno aiutato. Con Carlo abbiamo condiviso tanti anni e tanti trofei, di quel gruppo ricordo che avevamo vinto la Champions e pensavamo alla Supercoppa, vinta la Supercoppa pensavamo al Mondiale. Eravamo dei pazzi, non ci godevamo nulla: volevamo solo vincere. C’è differenza tra presunzione ed ambizione, la prima non mi piace ma la seconda è fondamentale per arrivare. Un allenatore deve essere bravo a scegliere il modulo in base ai calciatori che ha. Mi piace il calcio di Guardiola, ma pure quello di Ancelotti, che sa coprirsi quando è necessario. Difesa a tre? In fondo anche la Roma gioca così, con De Rossi che arretra sulla linea di difesa e i terzini che spingono“.

La fame ed il cuore di Pippo, un mostro di umanità: “Controllo tutti i dettagli dei miei ragazzi, li faccio mangiare in un certo modo e li obbligo a non stare più di un’ora davanti al computer. E poi è fondamentale la scuola, se non si va bene lì allora non si gioca. Spesso succede che chi si impegna più nello studio sia anche tra i migliori in campo. Facciamo tutti lavori con la palla, la base è importante: noi giocavamo in strada, ma adesso non se ne vedono più ragazzi così“.

Sul rapporto con Berlusconi e Galliani: “Galliani? Se non mi avesse detto lui di allenare gli Allievi, io avrei continuato a giocare. Ho un rapporto privilegiato con lui e con la famiglia Berlusconi. Il presidente mi corteggiava già quando ero alla Juventus, mi sento stimato da tutti al Milan. Avevo un dovere verso Galliani e Berlusconi, per questo ho rifiutato il Sassuolo. Me lo hanno detto loro di rifiutare, mi avessero detto ‘decidi tu’ forse sarebbe andata diversamente“. Infine, su Balotelli: “E’ un patrimonio del Milan e della Nazionale italiana, bisogna farlo rendere al meglio“.

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