La vedova Raciti accusa: “È stata infangata la memoria di mio marito. Sono stanca e delusa”

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All’indomani dei fattacci di Roma per la finale di Coppa Italia tra Napoli e Fiorentina, Marisa Grasso, vedova dell’ispettore Filippo Raciti ucciso a Catania nel 2007, è intervenuta a “Falla Girare” su Radio Reporter per commentare una serata da dimenticare: “Sono state ore piene di emozione, dolore, amarezza. Sono infastidita, addolorata, umiliata ed è stata infangata la memoria di mio marito. Quel nome scritto sulla maglietta è di un condannato in primo e secondo grado di giudizio, arrestato. Ho visto solo violenza e tutti i presupposti che ci fosse un Raciti-due: il 2 febbraio di sette anni fa un servitore dello Stato perdeva la vita. E il calcio non può essere vissuto così”.

Sull’atteggiamento delle autorità: “Siamo rimasti scioccati perché in tribuna c’erano i vertici dello Stato, siamo stati sconfitti una seconda volta, dovevamo raccogliere miglioramenti. A distanza di anni c’è lo stesso dolore e la speranza viene meno. Come mio marito, altri colleghi salutano la famiglia e non sanno se rientreranno a casa, bisogna avere rispetto. Siamo piegati alla volontà di questi soggetti e non riusciamo a ribellarci. Non c’è nessuna volontà di reagire”.

Le speranze per il futuro immediato: “Una presa di forza dei vertici. Sono state adottate alcune misure di sicurezza, ma la morte di Filippo Raciti si poteva evitare. Queste cose succedevano anche prima, io pulivo la divisa di mio marito da qualsiasi cosa. Spero che la morte di mio marito possa continuare ad educare anche a distanza di anni. I miei figli stanno subendo angherie dai potenti di questo mondo, umiliando la memoria di mio marito. L’unica telefonata che ho ricevuto è stata quella del ministro Alfano e mi ha fatto piacere. Ci sentiamo soli, io da anni porto avanti una battaglia, ora sono stanca e sono delusa, sconfitta. Poi sento le parole di mia figlia che ha 22 anni e vuole lasciare l’Italia. A lei ho insegnato dei valori legati a questo paese e ora sento un’ ulteriore amarezza”.

Cosa vorrebbe dire all’ultrà con la maglia “Speziale libero” (uno dei condannati per la morte di Filippo Raciti, ndr): “Non potrei parlare con questo soggetto, ho un’educazione, non possiamo sostenere un dialogo né con lui né con gli altri assassini di mio marito. Spero di non incontrarli mai“.