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Un derby cieco. Per amore

Appuntamento con Sympathy for the Devil:Milan, storie e rock and roll: uno spazio a cavallo tra passato, presente e future al ritmo di un brano che evoca più di una suggestione sull’argomento proposto.

LOVE IS BLINDNESS, U2 (1992)
“L’amore è cieco
Io non voglio vedere
Non vuoi avvolgere la notte intorno a me?
È il mio cuore
L’amore è non vedere”.

C’è qualcosa di tenero, se non addirittura commovente, nel modo in cui la maggioranza assoluta dei milaninteristi insegue il derby, lo stringe a sè come fosse una creatura da difendere dai cattivi, la favola da mantenere intatta a dispetto di qualsiasi finale e di qualsiasi presente. È sempre La partita, la L maiuscola non è un refuso. Solo che stavolta ci vuole coraggio, ancora prima che fede, ci vuole apnea e volontaria cecità, piena di amore, altro che balle, per compiere quello che è sempre stato l’atto naturale, ovvero: io sono del Milan e domenica c’è l’Inter, la maledetta, ridicola, sfigata e tutto il resto di impubblicabile Inter: dobbiamo spaccarli o mi spaccherò io, e mi auguro, anzi, pretendo, che di là pensino e sentano le stesse cose. Perchè è sempre stato così, con in mezzo al terreno un bottino di guerra da conquistare, col sogno di vincere per 1) ridergli in faccia 2) fare un passo importante verso qualche obiettivo vero 3) eventualmente impedirlo a loro. Ora, in totale, inedita e tristissima assenza dei punti 2) e 3), per l’1) necessita appunto una forte dose di autoconvinzione, oltre che di genuina affezione alla parrocchia e ai suoi riti.

Date un’occhiata ai social, tenete un orecchio alle chiacchiere nei pub: c’è il derby, c’è il derby e non ce ne frega un k, basta la parola, basta potere scendere in trincea. Per poi sventolarsi davanti, più che mai, le foto degli eroi scomparsi. E il 3-3 e la coscia di Abbiati, e il 6-0 e la Serie B e vai col liscio. Crepa se ne ho sentito o letto uno – sarà colpa mia, oh – alla consueta promessa di deretani rotti aggiungere un “domenica vi stampa Icardi”, “due di Geremia e tutti a casa” o un ancora più metafisico “dove cazzo volete andare, ci sono Handa e Medel”. Dentro questo derby, il poco, il nulla, il Salone del Labile. A tenere su la facciata solo i tifosi, che hanno letteralmente inserito il pilota automatico per mantenere quel minimo sindacale di rotta della tradizione. Se no, qualcuno di meno rassegnato, di ancor non intaccato e puro idealismo, insomma gli ottimisti a tempo pieno, i tifosotti, le belle gioie spieghino a chi sceglie di accecarsi per il suo derby – e quindi vede benissimo – dove sono le squadre, dove è la classifica, dove sono i milanisti e gli interisti in campo, dove sono le curve, dove sono soprattutto quelli in tribuna con comoda cuscinata sopra seggiolino rosso, intesi come dirigenti, proprietari, uomini in carne ed ossa che risposte a questa voglia che resiste devono e non danno, nè da una parte, né dall’altra. Santoddio, persino dove sono il rossonero e il nerazzurro, pure quello sono riusciti a togliere, le maglie, i copridivani a base amaranto contro gli amici del baseball, guidano le file Abate e Ranocchia, ma dove sono le nostre strisce, le loro, tre personaggi tre in cui identificarsi, ma pare possibile? Non è un problema di nostalgia patetica, di negatività a tutti i costi, dai. Milano è in picchiata secca, di soldi e soprattutto di cultura propria, l’Expo e gli eventi business-mondani sono specchietti delle allodole per i gonzi, per i coatti della presunta e scomparsa grandeur, occasioni per qualcuno di fare il grano e per i più di fingersi al centro dell’attenzione: in questo senso, questo derby è la perfetta proiezione del buio oltre la siepe.

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Proprio Berlusconi, malissimo imitato da Moratti, ha svoltato quasi 30 anni fa gonfiando a dismisura la bolla pallone, sia investendo capitali incredibili, sia contribuendo – con la tv – al mostruoso incremento dei ricavi dei club e conseguentemente anche dei costi. Ora, il tempo del contrappasso. Il Diavolo è diventato grande, ma anche grosso, quasi obeso. I soldini per rilevarne il testimone, in Italia, non li tiene e comunque non li mette nessuno. Arrivederci, Milan congelato. Arrivederci, Inter confusa e infelice. Arrivederci derby vero, caldo, col ripieno che appena mordevi usciva, derby di Milano che indicava innanzitutto identità. Thohir è già arrivato per “fare il business” e per ora non c’è, non capisce. Altri, sul lato opposto, arriveranno sempre da quella parte del mondo lì in cui solo pochi lustri fa non si poteva neanche immaginare cos’era e cos’è per noi MilanInter, cos’era quell’arrivare alle 11 per trovare posto in curva con in mano la Gazza della domenica mattina, da gustare croccante nel countdown dopo giorni di titoli elettrostimolanti. In settimana letto invece un generoso tentativo di movimentazione acque stagnanti: “10 motivi per vedere il derby”, uno dei quali l’esilarante “in tribuna ci saranno molti stranieri presenti in città per il Salone del Mobile e la Fiera della Moda”. Chi ha dentro il derby, e non le puttanate da milanese imbruttito, ne ricorda almeno 100, di motivi veri, non tutti esattamente da manuale delle giovani marmotte. Il cocktail di attesa, tensione, adrenalina e paura, e poi chissà come sarà la coreografia, chissà la Fossa che figata, cosa gli scriveranno, cosa ci scriveranno, e la sensazione fantastica di sentirsi in trasferta nel tuo stadio, 60 e passa mila contro 10, ma si sa, loro sono dei conigli, non si sentiranno mai, ma gioca Van Basten? Fino a quando vedevi le due file, ecco nel sole o tra le ombre di quattro riflettori Franco vicino allo Zio, Paolo vicino a Javier, i fortunatissimi che hanno visto uscire il Gianni vicino al Baffo. O se no cronaca registrata di un tempo di una partita di Serie A, telecronista Nando Martellini, Inter-Milan sempre e comunque, i nostri sono quelli con i pantaloncini bianchi e le strisce grigio chiaro-grigio scuro più piccole. La lista, ben registrata nella testa, di tutti a quelli a cui telefonerai (traduzione per gli odierni: whatsapperai) e da cui aspetterai l’eventuale bordata, vai a fanculo, ci vediamo in birreria.

Sono troppi, i motivi, facciamo che il vero motivo allora sia uno ed è il tuo amore, che è davvero cieco, totale, che ti fa stare male e che ti impone di non vedere, almeno nelle serate che ancora per te contano. Noi – e diciamolo, rendiamone atto, è giusto – e loro, saremo tutti lì, a SanSa e davanti alle tv, solo noi, i persi, nessun altro, c’è il derby, inizia il derby, fategli un mazzo tanto, la carogna addosso come se niente fosse. Come niente, oggi, in effetti, è.