6-6-6: il derby della "bestia"

6-6-6: il derby della “bestia”


Nuovo appuntamento con Sympathy for the Devil:Milan, storie e rock and roll: uno spazio a cavallo tra passato, presente e future al ritmo di un brano che evoca più di una suggestione sull’argomento proposto.

THE NUMBER OF THE BEAST, IRON MAIDEN (1982)
“6 – 6 – 6
È il numero della Bestia
Il sacrificio è in corso questa sera
6 – 6 – 6
È quello per voi e per me”.

Fossimo in Pippo Inzaghi, oltre ad altre tonnellate di pensieri, avremmo pure il rammarico di non avere messo via nel cassettino buono manco una partita da ricordare, da tenersi vicino al letto nelle notti un po’ così. Un derby, magari, che poi è “la” partita, per chi rossonereggia sul serio. Il derby che alla fine, pensandoci, non si è mai negato a nessun allenatore, a meno che uno non si chiami Leonardo de Araujo eccetera. Una lecca all’Inter nel cassetto ce l’hanno persino Terim, Clarence Seedorf. Capello ne ha tante, ma quella più clamorosa la collezionò nel 1997/98, l’ annus horribilis del suo ritorno. Do you remember? Coppa Italia post-Epifania, 5-0, con Ganz in gol (ed esultante) freschissimo di salto del fosso e punizione vincente (rullo di tamburi, presse) di Steinar Nielsen, di professione terzino norvegese. Oddio, più norvegese che terzino.

Ma chi è riuscito a tenersi nel cassetto una pietra preziosa che vale una stagione, una carriera, un’appartenenza è Cesare Maldini, il nostro carissimo Cesarone, il papà dei Capitani. E ne ha fatta una copia per il suo Milan e per tutta la sua gente, che addì 11 maggio, da anni 14, celebra una singola e apparentemente inutile tornata di campionato alla stregua di uno dei tanti anniversari buoni di coppe coppette scudetti. Stilare una classifica delle notti da leoni vissute in questo trentennio (ehm, facciamo fino al Barcellona 2013, dai) è complicato, ma è certo che tanti parrocchiani del Diavolo sovrappongono quei 90 minuti a molte vittorie compiute, definitive. Inter 0, Milan 6. Si era pure in trasferta. Uno dei tanti, tantissimi particolari che con il passare del tempo e con la pancia per sempre piena vengono in mente e sono buoni per lo sfottò ad libitum. Madre, quanti sono. Non si sa da dove cominciare. Proviamo dai giornali di quella mattina? Era venerdì, il derby era stato anticipato per questioni elettorali, domenica 13 si sarebbe votato per scegliere il nuovo Parlamento. Paginate su MilanInter, tagli bassi, attenzione, parla Emilia Michela Enza Bossi, in arte Milly Moratti, moglie “alternativa” (politicamente eh? Non fraintendete) del noto petroliere miliardario padrone dell’Inter. “Tra il derby di stasera e il voto di domenica, sarà un brutto weekend per Berlusconi“. La Sentenza. Che fortuna, Silvio, al venerdì notte, dopo avere verificato la prima parte del vaticinio, si era già tolto suspence e tensione per l’esito delle urne, che lo vide puntualmente tornare in sella all’Italica Cosa. Ci manca, sciura Bossi. Oppure la faccia dell’Avvocato Prisco – uno che ci manca sul serio -, che al goal number five prese sacramentando la direttissima tribuna-garage, ma si trovò sulla via di fuga un segugio d’eccezione, il mitico collega di Mediaset Antonio Bartolomucci. Microfono sotto il naso. Allora, Avvocato? Sospiro. Altro sospiro. “E certo insomma, è pesante, è pesante quando si perde di uno, figuriamoci di cinque“. “Sei, Avvocato“, corregge Bartolomucci già informato della pera della staffa di Serginho. Spettacolare Prisco: “Ah, sei?? Ma dai” con un’espressione geniale, da Actor’s Studio, con il tono e lo sguardo di uno a cui viene comunicato che il vicino di casa trasloca. Grandissimo Peppino. Prisco che in definitiva, da capo tifoso, se ne andò per la comune come gran parte dei nerazzurri da curva: e chi si fermò lo fece per insultare i propri eroi, mister Tardelli, Moratti (lui, povero: lei, indenne), i giocatori “indegni”, pratiche piuttosto abitudinali all’epoca.

Basta parlare di interisti, dai. Ci si raffiguri allora il volto di Raz Degan Giunti, regista di quella Trafalgar da stadio, Giunti che avrà benevolmente mandato affa Gianni Comandini, che ha in qualche modo cancellato la sua beffarda punizione con quella doppietta tramandata per sempre alle storie incredibili del derby e del Milan, due gol “e poeu pü”, ma nella porta giusta, al momento giusto. E poi il citato Sergio e Sheva, il quarto timbro che contiene ancora il sospetto del cross più bello mai visto in queste lande, con Ginho lanciato a cento all’ora e capace, con quella frequenza di falcata, di cambiare passo in corsa per mettere palla proprio in quel tempo di gioco, prima di rischiare l’out. E ancora il tabellone più fotografato di tutti i tempi, ci fossero già state le videocamere nei telefonini, Whatsapp avrebbe avuto il suo daffare. Ma a bordo campo la scena la rubava lui, Cesarone, Maldini il Vecchio, molto più teso, coinvolto, occupato e preoccupato di Maldini il Giovane, sistemato qualche metro più in là, alle prese (si fa per dire) con ectoplasmi di nerazzurro vestiti. Il mister che, ancora con quei capelli da componente dei Rokes, dopo il sesto gol si aggirava vicino alla linea bianca con un’espressione di malcelata felicità, il mister che negli spogliatoi avrebbe ammesso che sì, è stato giusto non fermarsi, che l’ha chiesto ai suoi ra-a-agazzi. Perché 27 primavere prima, l’Inter di Mazzola, Boninsegna, Facchetti non ebbe nessuna pietà di un Milan moscio e alla deriva, guidato da un giovane tecnico: lui. Marzo 1974, in casa giocava il Diavolo, finì 1-5. E la vendetta può essere un piatto ultracongelato, altro che freddo e basta. E garantito al pistacchio che Cesarone, sotto sotto, custodisce nel cassetto quella sera alla stregua di un’altra Coppa Campioni, un’altra gioia targata Maldini & Figlio. Come fanno tutti quelli che c’erano, sui gradoni o via parabola. D’altra parte, sempre di Milanisti si tratta. E siccome è Milanista pure l’afflitto Pippo, gli si batta una pacca sulla spalla. Ha la stessa età di Cesarone nel ’74. Si sa mai, tra 27 anni…

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