La sosta salva Mihajlovic, ma alla ripresa servirà mostrare qualcosa di diverso. Altrimenti…

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Pesante, pesantissima. La sconfitta casalinga col Napoli è come un macigno piovuto dall’alto di una rupe sul campo rossonero, sparando detriti su tutti, nessuno escluso: dagli undici in campo, a chi in panchina osservava, sia esso con divisa da gioco e pettorina sia, soprattutto, in abito, giacca e cravatta. I detriti per forza di cose hanno colpito sensibilmente anche la stabilità del posto di Sinisa Mihajlovic: sicuramente non in pericolo esonero, ma ora per forza di cose sotto la lente d’ingrandimento di chi vigila su di lui dall’alto.

Chi comanda si prende le responsabilità, oneri e onori insomma, e Mihajlovic in conferenza ha sempre risposto cercando di far capire che il lavoro a Milanello prosegue verso la meta che lui vuole. Tuttavia, quello che questo Milan ci mostra è una squadra lontana dagli ideali del suo allenatore: zero cattiveria, zero grinta e zero pressione se non tecnica almeno fisica sull’avversario. E quante ne hanno raccontate sul tecnico serbo che sapeva portare a casa il risultato con la Samp senza magari mettere in mostra un calcio-champagne? Il fatto che la squadra abbia avuto questa (non) reazione dopo che in settimana Galliani e Mihajlovic li hanno torchiati con colloquio a muso duro di più di un’ora, e dopo un primo tempo dei più noiosi, non fosse per l’avventuroso lancio di Zapata, lascia perplessi.

E le perplessità a questo punto non arrivano più dalla panchina. Perché hai voglia a urlare “colpa di Allegri”, “colpa di Seedorf, “colpa di Inzaghi” e “colpa di Mihajlovic”. I tifosi hanno gioito quando la società ha scelto un allenatore finalmente preparato a condurre la squadra, e ora non si può certo criticare senza pensare a cosa sta dietro al problema: che sostanzialmente è una squadra non all’altezza della maglia che indossa. La sosta per le nazionali arriva propizia: riconcentrarsi, fare quadrato e provare a scuotersi per migliorare la serie di 4 sconfitte in 7 gare disputate.

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