Gazzetta, Savicevic: "Senza Berlusconi sarei andato via dopo un anno. Da ala mi adattavo, ma eravamo forti e vincevamo"

Gazzetta, Savicevic: “Senza Berlusconi sarei andato via dopo un anno. Da ala mi adattavo, ma eravamo forti e vincevamo”

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Nel corso della sua lunga intervista a La Gazzetta dello Sport, la leggenda Dejan Savicevic ha ripercorso le tappe più importanti della sua storia a tinte rossonere, che in quale modo è “iniziata” nell’88, anche se effettivamente poi il Milan lo ha acquistato quattro anni dopo: “Nell’88 ero militare a Skopje, una caserma dell’ex Jugoslavia: mi alzavo alle 5 per allenarmi da solo con un preparatore di Belgrado. Corsa, corsa, poco pallone. Non pensavo di giocare contro il Milan perchè la Stella Rossa aveva appena vinto contro la Dinamo in campionato, invece titolare a Milano, giocando maluccio, e poi bene nelle due sfide di Belgrado, con un gol. Ma dopo il primo tempo, vedendo la nebbia dissi: <Questa partita non finisce>. Forse non dovevamo giocare il giorno dopo, il Milan era più fresco“.

Quattro anni dopo, dicevamo, finalmente il passaggio al Milan, dove meritò il soprannome di “Genio”: “Mi fu dato da un giornalista… all’inizio lo prendevano in giro, dopo il 4-0 nella finale col Barcellona è cambiato tutto“.

Berlusconi Milan

Eppure gli inizi non sono stati facili: “Dopo il primo anno tutto lo staff tecnico era contro di me, dicevano che non mi ero integrato, che non parlavo la lingua, ma Berlusconi disse: <Resta>. Mi era vicino, mi aiutava nei momenti difficili. Senza di lui sarebbe finita presto. Da quel momento Capello mi ha fatto giocare sempre, da lui ho imparato tanto“.

Anche se tatticamente non erano sempre rose e fiori: “Ai miei tempi noi trequartisti facevamo fatica perchè comandava il 4-4-2 e gli allenatori non volevano cambiare. Io e Baggio soffrivamo, ma mi adattavo. Oggi almeno, con il 4-2-3-1, c’è quel posto dietro la punta: io facevo l’esterno destro, mi sacrificavo. Ma vincevamo. Non ero uno di quantità, saltavo l’uomo ma non potevo correre come Albertini e Donadoni, avevo bisogno di fermarmi. I compagni mi sopportavano, sapevamo che avrei dato altro. Tanto eravamo forti forti forti“.

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