Tre sconfitte non possono cancellare tutto: un messaggio ai tifosi

Tre sconfitte non possono cancellare tutto: un messaggio ai tifosi


A Natale da Champions, ora da retrocessione. Il tifoso ha memoria corta, si sa, e bastano giusto un paio di risultati negativi a fargli mettere in discussione tutto quanto di buono detto, e anche fatto dai rossoneri, nel giro di poche settimane, quasi giorni. È vero, dopo quella subita contro il Napoli, giustificata dall’ottima prestazione del secondo tempo, e quella allo Stadium con la Juventus in Coppa Italia, in dieci uomini e con dimostrazione di un grande carattere, la sconfitta di Udine brucia forte. Brucia perché arrivata dopo che il Milan era passato in vantaggio, brucia perché il gioco espresso è stato arido e sterile, brucia perché i due gol subiti, evitabilissimi, sono stati frutto di disattenzioni banali che non si possono concedere neanche nel calcio di parrocchia. Ma tutto questo non può cancellare l’egregio lavoro di sei mesi.

Già, perché oltre ai due giovinotti che in più di un’occasione hanno tolto le castagne milaniste dal fuoco, Donnarumma e Locatelli per intenderci, a finire sulla graticola è stato proprio Vincenzo Montella. Proprio lui, l’indubbio autore della risurrezione milanista. Il termine pare un po’ forte, ma di questo si tratta. “Il Milan non ha più un’anima, non ha carattere” abbiamo sentito ripetere da tre anni a questa parte. L’Areoplanino, a differenza di quanto hanno fatto i suoi predecessori, ha donato giuoco e spirito ad un gruppo di ragazzi (ah, praticamente sempre gli stessi) spaesati e demotivati. Il Diavolo infatti non gioca male, affatto, ma soprattutto non muore mai: pensiamo al Sassuolo, al Palermo, al Torino in Coppa, a Doha. Dove non riescono piedi e geometrie quasi sempre arrivano sudore e cuore. Senza contare il preziosissimo, ma ormai scontato da ricordare, lavoro di crescita operato dal tecnico napoletano con i due sopracitati ragazzotti, Romagnoli e Suso, trasformati in pregiate pedine di mercato.

Per il momento in casa rossonera è arrivato un trofeo. Snobbato negli ultimi anni, sì, ma pur sempre un titolo strappato ai rivali juventini, campioni d’Italia da cinque anni consecutivi, che ha consentito di posare un altro cimelio in una bacheca ormai dimenticata dal 2011. La Champions da sempre un sogno: folle, anche solo un mese fa, illudersi di conquistare il terzo posto. Ma l’Europa League rimane un obiettivo raggiungibile e su cui puntare, nonostante lo scetticismo dei pessimisti. Del resto cadere contro Napoli e Juventus ci sta tutto. Inoltre, trofei e posizioni di classifica, Montella ha finalmente riportato un po’ di serenità ed equilibrio in una squadra che, vittima delle note e rocambolesche vicessitudini societarie, ha accusato le reiterate delegittimazioni, sfociate poi in esoneri, del suo allenatore. Vincenzino invece fino ad ora non ha dato modo a rimproveri e frecciatine presidenziali e gode di indiscussa stima da parte dei ragazzi e dirigenza. Circostanza fortunata o risultato ottenuto? Difficile dirlo, così com’è difficile però per il Presidente tacere quando le cose non lo aggradano.

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