Ieri mister B, oggi mister...o Li: il Milan è un figlio senza padri

Ieri mister B, oggi mister…o Li: il Milan è un figlio senza padri


Tralasciando il rendimento sul campo per il quale parlano i risultati, la fonte di tutti i mali del Milan, almeno negli ultimi sei anni, è il raffazzonato assetto societario: ad oggi non si possono più incolpare Galliani e Berlusconi, gli striscioni emblematici contro l’ex AD sono andati scomparendo, ma è anche vero che Fassone e Mirabelli ereditano guai piantati dalla vecchia gestione, come il primo ha fatto intendere nel post-Verona (“Avremo sanzioni per aver sforato il Fair Play Finanziario nelle ultime tre stagioni in cui noi non c’eravamo”). Ho una immagine chiara per criptare la situazione anarchica del Milan attuale: i cinesi paiono come quei padri che passano la paghetta al figlio tanto per dire di aver fatto il loro. Forse a volte il figlio avrebbe bisogno di sedersi a un tavolo con lui, essere ascoltato e non solo venir considerato col linguaggio dei soldi. Yongong Li, che ha ormai quasi del tutto le fattezze di un mistero vivente, ha versato (o meglio, si è fatto prestare) denaro liquido per correre in soccorso dello stanco popolo rossonero desideroso di vedere in campo giocatori all’altezza e non parametri zero, ma alla luce di quanto accaduto sinora, è parso più uno shopping per togliersi sfizi che costruito in base a una logica.

Al Milan serve un leader in campo che non si sa chi sia, serve uno schermo protettivo dato da persone autorevoli e  soprattutto serve un presidente che si prenda responsabilità unitamente a meriti e demeriti. Ben prima degli allenatori che continuano a cambiare, dei giocatori che non hanno forse personalità per vestire questi colori ma risentono anch’essi del marasma quotidiano e della perenne insicurezza ormai annidata saldamente ai loro muscoli. La latitanza di Berlusconi degli ultimi anni, non è stata rimpiazzata da una guida forte e autorevole. Fassone e Mirabelli si sono presi prima le lodi e poi gli improperi, cattiva abitudine dura da estirpare nel circo calcistico italiano, ma occorre ricordare che si sono calati anche in un ruolo di facciata al quale in passato non erano poi cosi abituati. Il figlio ora è smarrito, umiliato, senza una guida che lo metta sulla retta via. A scuola va male: il professor Uefa, è notizia di questi giorni, dopo averlo bocciato in finanza, con il rifiuto del voulontary agreement, ha parlato con la Covisoc italiana per capire quali siano i sistemi di valutazione nel nostro paese sulla situazione debitoria e finanziaria di un club. Una mossa che forse andava fatta prima?

Qualsiasi società in Europa che sia ai vertici, passa per una forte organizzazione dirigenziale, la cosa che principalmente è mancata al Milan nelle ultime stagioni. Rubinetti chiusi, pezze poste dappertutto, baracca tenuta in piedi con lo scotch, quest’estate finalmente si pensava potesse essere arrivato il momento di buttare giù e ricostruire. Appurato che per farlo ci vuole tempo, probabilmente non ci si è affidati agli uomini giusti: alla Juventus del pre-Conte, vennero buttati due anni tra Delneri, Ferrara e tante figuracce assortite. Poi però fu detta la parola basta. La situazione odierna del Milan è paragonabile a quella Juventus, con il risultato che continuano a ripetersi gli stessi errori. Cambiare non è sinonimo di risorgere, dipende qual è il cambiamento e se è programmato secondo un progetto solido e chiaro. Quello che apparentemente aveva il Milan, che invece a Natale è andato a letto senza cena (quella annullata lunedì sera) e soprattutto alla ricerca ancora di una figura paterna che possa prenderlo per mano e insegnargli a tornare grande.




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