Il Milan spiega le ali con il "fattore C"

Il Milan spiega le ali con il “fattore C”


Seppur a volte serva anche una parte poco nobile, nel calcio come nella vita, per fare strada, il “fattore C” al Milan ha solo un’identità: quella di Calhanoglu, Cutrone e Calabria. Avessimo volto lo sguardo a questi tre circa sei mesi fa, non avremmo mai pensato che nel nebbioso inverno milanese sarebbero stati il coniglio fuori dal cilindro in grado di regalare di fatto il primo successo contro una grande dopo una Caporetto di sconfitte. Il turco, arrivato in pompa magna da Leverkusen con i tifosi che già ne pregustavano le mirabolanti punizioni e le stoccate sopraffine, si perso dentro a un modulo in cui fare la mezzala gli stava stretto e dentro una disposizione tattica molto diversa dal 4-3-3 con cui Montella aveva perlomeno riportato il Milan in Europa. Ebbene, il turco, calato a sinistra nei tre d’attacco, è libero di accentrarsi e calciare o di saltare l’uomo nell’uno contro uno per poter creare le condizioni ideali ai cannibali dell’area di rigore e agli inserimenti dei centrocampisti. La fragilità che Montella evidenziava spesso, pare essersi dissolta con l’iniezione di sicurezza e tranquillità dispensatagli da Gattuso, di certo lontano dall’essere mansueto in campo quanto bravo a dare un rifugio psicologico al turco che dal cambio in panchina non fa altro che crescere.

Di Cutrone si è detto e scritto: non segnava in campionato da agosto ma i suoi elettori lo hanno continuato a votare. Per la caparbietà e l’impegno, anche quando veniva lasciato da solo a Firenze, nell’1-1 contro i viola, vagando per il campo in cerca di una assistenza che non arrivava. I numeri li aveva già fatti vedere e il bomber estivo è divenuto ora una certezza anche invernale, ci si domanda cosa farà quando sboccerà la primavera. Vero è, tirando le orecchie al mister rossonero, che se lo abbiamo visto in campo è stato solo per l’intoppo fisico di Kalinic. Non che il croato sia da meno, ma allo stato attuale non vi è paragone tra la fame e la costanza del numero 63, paragonate al lavoro utilissimo e altruista di Kalinic, che però manca di mordente come già osservato nella trasferta di Cagliari. Impensabile, da quel gollonzo in Coppa Italia ai dirimpettai, lasciar fuori una garanzia di presenza tale da tenere in scacco le intere difese, un giocatore abile ad aiutare il compagno e senza alcuna pietà in area di rigore.

E da ultimo, forse perché è proprio lui a meritarsi la standing ovation del lunedì, Davide Calabria. Ricorda il primo De Sciglio, il primo Locatelli e chissà quanti altri, giovanotti di belle speranze che cercano di sostituire la parola speranza con il vocabolo “certezza”. Davide è sulla strada giusta: per la verità non aveva mai grossolanamente sfigurato anche in passato, si trattava solo di dare continuità a un terzino che si sta prendendo la fascia come se fosse una bandierina posta sulla vetta più alta. L’errore da principiante che potrebbe fare è di arrivare in cima e guardare giù, quando è bene che conservi saldamente i piedi per terra e cerchi di continuare a imparare dai suoi illustri predecessori in quel ruolo. Non un intervento fuori posto con la Lazio, non una sbavatura, tanta corsa, buona tecnica e un pallone fiondato al centro dell’area sul quale c’era scritto “insaccatemi”. Un ghiotto invito che Bonaventura non si è fatto scappare. Lo chiamate “fattore C”? A dire il vero c’è poca fortuna e molta bravura in tutto ciò, e soprattutto quella cultura del lavoro che Gattuso pare iniziare a iniettare nelle vene di ciascuno dei suoi scudieri. Ma se per “C” intendete Cutrone, Calabria e Calhanoglu, allora sì, che tale fattore ci assista a lungo.

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