Storia di un ex, Renzo De Vecchi: banchiere fuoriclasse per ventiquattromila lire

Storia di un ex, Renzo De Vecchi: banchiere fuoriclasse per ventiquattromila lire


Cent’anni prima che Mauro Tassotti alzasse al cielo la quinta coppa dei Campioni della storia del Milan, nasceva a Milano un tale di nome Renzo De Vecchi. Potrebbe essere una notizia di poco conto, non fosse altro che il nascituro diverrà uno dei più rappresentativi giocatori della storia del club e anche uno dei più forti a livello nazionale in assoluto. Classe 1894, è il più giovane esordiente della storia del Milan: debuttò infatti a 15 anni. Parliamo di preistoria, ma le generazioni attuali e future che sceglieranno di tifare il rossonero, non potranno non sapere chi era questo terzino cresciuto sotto l’ala del fondatore Herbert Kilpin e che si va a incastonare nei pionieristici anni del Milan Cricket and Football Club. Nel 1909-10 esordisce in una gara di campionato contro l’Ausonia, in un’epoca in cui per entrare a far parte del club bisognava diventare soci e avere una vera e propria tessera di affiliazione.

Il Milan all’epoca ha già tre “scudetti” in bacheca, quelli del 1901, del 1906 e del 1907. I rossoneri hanno fatto irruzione nel calcio italiano diventando antagonisti del Genoa, fino a quel momento dominatore assoluto dei primi tornei di football che si organizzano in Italia. Niente male questo De Vecchi, nonostante tutto. Il nostro risente infatti di un fatto storico importante: nel 1908 la diaspora in casa rossonera ha portato gli ormai famosi 43 dissidenti a fondare l’Inter, e intorno a Renzo la terra brucia. In un’epoca in cui il calcio inizia davvero a prendere piede e i tifosi iniziano a interessarsi ai giocatori, di De Vecchi viene riconosciuta la fedeltà e l’attaccamento alla maglia in un momento così complicato. Ed era soprattutto un’epoca in cui fare il calciatore non era certo remunerativo: anche De Vecchi, come tanti altri, aveva un altro impiego, in una banca milanese, per poter avere delle entrate.

Militerà nel Milan fino al 1913 e poi trascorrerà il resto della sua carriera proprio al Genoa, sino a 1930. I rossoblu del presidente Davidson lo vogliono a tutti i costi e così, oltre a pagarlo 24 mila lire, una cifra da record per l’epoca, il numero uno genoano gli offre un impiego sicura alla banca… di Genova. Con i liguri vincerà tre campionati, il primo nel 1915 poco prima di venire arruolato in occasione del primo conflitto Mondiale. Conclusa la carriera agonistica, sarà protagonista anche dalla panchina con il Genoa, arrivando secondo dietro all’Inter nel primo campionato a girone unico quello del 1929-30. I nerazzurri sono allenati da Arpad Weisz, il celebre allenatore ebreo che morirà in una camera a gas di Auschwitz. Esordirà precocemente anche in Nazionale, a 16 anni, e disputerà in maglia azzurra complessivamente 43 partite partecipando anche a tre Olimpiadi (1920, ’24 e ’28). E così come aveva fatto Vittorio Pozzo, tramutatosi in giornalista, anche De Vecchi si cimenta nelle cronache dei match degli anni Cinquanta per “Il calcio illustrato”.

Se visitate “Mondo Milan”, il museo di Casa Milan che vi conduce attraverso la storia rossonera, noterete, all’ingresso, una maglia a semplici righe rossonere, un po’ sgualcita e scolorita, con la croce di San Giorgio sul petto. È la sua, ed è stata ritrovata negli anni Novanta dallo storico rossonero Luigi La Rocca (risale più o meno al 1912) ed eccola lì, ora racchiusa dentro una teca. Per tutti, Renzo De Vecchi, scomparso nel 1967, resterà “Il figlio di Dio”. Per spiegarne l’origine, ecco un estratto dal libro “Le grandi del calcio italiano – Milan” di Luigi Cecchini edito a metà anni Settanta: “Tanto entusiasmante era il suo gioco, tale era la sua olimpica calma che si meritò l’appellativo ‘Figlio di Dio’. Veramente si tratta di una traduzione in italiano dell’entusiastico ‘Te set el fieu del Signur’ lanciato da Gigetto Bonfiglio, capo riconosciuto e temuto di una sorta di squadra del pestaggio rossonera, anticipazione di certi clubs calcistici di tifosi dei giorni nostri […]. Un cronista che aveva colto la frase di Bonfiglio la riferì nel suo giornale e Renzo De Vecchi fu per sempre ‘il figlio di Dio’ non solo in Italia”.

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