Sprazzi di vero Calha e torna un Milan di qualità. Niente gol? Non rendiamola un'ossessione

Sprazzi di vero Calha e torna un Milan di qualità. Niente gol? Non rendiamola un’ossessione


Giocare a San Siro non è facile per nessuno. Se sei Hakan Calhanoglu ancora meno. Il dieci del Milan è uno sensibile, introverso, fragile. Uno che con la testa ci gioca, perché è un dieci, ma che dalla sua testa dipende. E se è vero che il calcio è Anche questione di fiducia, per quelli come lui è Soprattutto questione di fiducia.

Il rischio con quelli come Hakan Calhanoglu è l’innescarsi di un circolo vizioso tremendo: sbagli un paio di partite a livello tecnico (ci sta), ti inceppi a livello mentale, i tifosi ti beccano e il tutto si riproduce, amplificato ogni volta. Calhanoglu si è inceppato psicologicamente, dunque tecnicamente, a inizio stagione. E il clima che gli si è creato attorno lo ha calcisticamente ammazzato.

Ora, la forza di un giocatore starebbe proprio lì. Lasciare da parte la testa e far giocare i piedi. Un campione, se è un campione, esce da un periodaccio in tempi relativamente brevi. Calhanoglu evidentemente non è un campione, ma che possa essere un dieci di tutto rispetto è indubbio: la seconda parte dell’anno scorso lo prova.

Ecco, ieri si sono intravisti sprazzi di quel Calhanoglu. E se il Milan ha vinto 3-0, se finalmente si è rivisto anche il bel calcio, è anche merito suo. Contro il Cagliari è stato un Milan decisamente qualitativo. E la qualità passa molto spesso dai piedi del dieci, così come insegna la definizione. Lo dicono i numeri. Sempre al centro della manovra: secondo per palloni giocati (20 in più sia di Paquetá sia di Bakayoko). E pericoloso in zona gol: 3 occasioni (più di tutti gli altri). Ancora tutt’altro che incisivo, questo è un dato di fatto. Ma le occasioni bisogna anzitutto costruirle e costruirsele. Lui se le è costruite: il destro sul primo palo parato da Cragno se lo inventa lui, il gol sbagliato da due passi nasce da un suo raffinatissimo dopo scambio con Suso. La terza, di fatto, genera il gol di Piatek: poco male, anzi.

In un momento di potenziale risalita tecnica, a livello di prestazioni, l’errore più macroscopico è quello di ridurre il tutto a una questione di gol. Il che è paradossale per almeno due motivi. A) Fino a ieri era stato massacrato (spesso a ragione) per le prestazioni, non per i gol. B) Il gol serve sempre, lo sappiamo, ma se hai un (1)9 del genere e vinci 3-0 non può essere una priorità, quantomeno nell’analisi della partita.

Insomma ritrovare continuità di prestazioni è il primo step. Il gol sta un gradino sopra. Ora come ora ricercarlo ossessivamente è una complicazione del tutto inutile e potenzialmente controproducente. Ieri c’era chi lo ha criticato perché “non segna neanche a porta vuota”. Ieri. Dopo un 3-0 tondo tondo. In cui il gol è l’ultimo dei problemi. Ecco, se la mettiamo così siamo punto a capo. E chi ci perde non è il turco. Ma il Milan.




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