Continua il piagnisteo da Var, ma così non è più calcio

Continua il piagnisteo da Var, ma così non è più calcio


“No oggi non parlo di arbitri”, “non parlo mai di arbitri e non lo farò nemmeno oggi”, “non voglio trovare alibi o fare la vittima”… ultimamente il 50% delle interviste post partita di allenatori, dirigenti e giocatori si apre più o meno così. Bello. Poi però parlano solo di quello. Stessa solfa i tifosi. Ma un conto è fare il tifoso, altra roba rappresentare un club. 

E invece alla fine il tema è sempre lo stesso. Cambia il modo di esporlo. Un Cairo non dirà mai che un è arbitro è “venduto”. Te la mette giù così: “Non penso che vogliano fare andare il Milan, ma certo che se guardi la partita di ieri cosa pensi? Qualche domanda te la fai. Oggi poi pensi una seconda cosa…”. Non ti dice che è venduto. Prova a fartelo capire. Che poi, francamente, cosa dovremmo capire? Che vogliono spingere in Champions il Milan? L’avesse detto una settimana fa ci sarebbe stato da ridere. In serata, ieri, ha corretto il tiro sul Milan, rendendosi conto che la sola allusione a eventuali favoritismi per una squadra cui 7 giorni prima è stato negato il rigore più palese del campionato, forse è già di per sé una mezza gaffe. Poi però ci ha tenuto a rincarare la dose, urlando (velatamente) al complottone contro il suo Torino, che evidentemente nessuno vuole in Champions League: “Potrei elencare dieci situazioni di possibili rigori non dati al Toro, di Var non consultate. In ogni partita ci sono molti momenti in cui volano parole e si alzano braccia verso l’arbitro. Beh, le parole di solito non vengono ascoltate e le braccia non vengono viste”. Insomma non lo vogliono proprio un bel Toro europeo. Il tutto, tra l’altro, accompagnato dal (quasi) silenzio stampa post Torino-Cagliari. Della serie “no gli arbitri ci hanno sfavorito e noi veniamo a parlare”. Indolore. Più facile fare così che spiegare ai tifosi i perché di uno 0-0 in casa col Cagliari nel momento clou del campionato. 

Chi poi non si stanca mai di prendersela con var, arbitri e simili sono quelli della Lazio. Quello di Igli Tare nel post di San Siro è l’esempio plastico e perfetto di piagnisteo da var. Parte così: “Questa è la storia di una morte annunciata, quello temuto prima della partita è successo”. Prosegue peggio: “Mi riferisco alla velocità dell’arbitro di fischiare il primo rigore. Il secondo poteva starci o no, è un contrasto corpo a corpo tra Musacchio e Durmisi. Poi è caduto come se gli avessero sparato. Quello su Milinkovic è rigore netto, perché è vero che Rodriguez tocca la palla ma c’è fallo. Siamo sempre in debito con le decisioni arbitrali, fin dall’anno scorso”. E conclude, naturalmente… “Prendiamo atto e andiamo avanti, non vogliamo fare le vittime”. No ma infatti, mica traspare del vittimismo. Il 50% delle parole del direttore sportivo della Lazio dopo il match probabilmente più importante del finale di stagione non riguarda il campo. Bensì un rigore definito “netto”, ma che netto non è mai, per il semplice fatto che ancora oggi c’è chi dice che potesse esserlo e chi no. Ora, se già la reazione di Leonardo dopo Juve-Milan era stata eccessiva, perché in termini di risultato il rigore non fischiato non aveva assolutamente influito, quella di Tare è doppiamente ingiustificabile. Perché a Torino c’era un mani non discutibile, a Milano un intervento dubbio come tanti altri. Troppi altri?. Magari sì. Ma come Fabbri può sbagliare davanti allo schermo del Var, Icardi può sbagliare a porta vuota. È il paradigma che va cambiato. Il tifoso e il dirigente se la prendessero con i giocatori. Con Musacchio che fa un fallo inutile su Dybala, Calabria che la regala a Pjanic, Immobile che sbaglia davanti a Reina da cinque metri. Non con gli arbitri. Gattuso avrà centomila difetti, ma su questo è avanti anni luce rispetto a tutti gli altri. Rispetto a Di Carlo, che dall’alto del suo ultimo posto in classifica resta impressionante in materia. Da quando ha perso contro il Milan ha continuato a sparare a zero sugli arbitri, pure nel 4-0 col Sassuolo e nel 3-0 di Bologna (“decisioni scandalose”). A Inzaghi, che continua a imputare agli arbitri una fetta della Champions persa l’anno scorso e non perde mai l’occasione di punzecchiare nemmeno quest’anno. A De Laurentis, che da anni ci marcia e che quest’anno si è ritrovato schiacciato da un divario di punti tale da non concedergli più certe uscite. Insomma sono quasi tutti così. E se per primi loro parlano di arbitri e non di pallone allora anche il popolo parlerà meno di calcio. Serve uno sforzo, da parte di tutti.




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