"Quinto posto obbligatorio": Ivan, non siamo mica all'Arsenal

“Quinto posto obbligatorio”: Ivan, non siamo mica all’Arsenal


Leonardo, Maldini, Scaroni: negli ultimi giorni sono stati tirati in causa tutti e tre per gli errori – o meglio, le mancanze – commessi nel corso della stagione. I primi due – come giusto che sia – sopra tutti, ma – al netto degli acquisti rivedibili dello scorso agosto e le scelte comunicative dell’ultimo mese – a loro discolpa dobbiamo ammettere che il faccione hanno provato a mettercelo. Chi era finito nel dimenticatoio è proprio Ivan Gazidis, il quale – nel momento topico, o drammatico che sta affrontando il suo Milan – ha finalmente risposto presente, scendendo in campo – nel vero senso della parola – e facendosi sentire dai ragazzi di Gattuso. O meglio, da Borini e Reina, i quali hanno poi tradotto le sue parole (in inglese) ai loro compagni.

Per chi non ha seguito la vicenda, il discorso può essere riassunto così: l’amministratore delegato ha ribadito l’importanza della qualificazione in Champions, vitale e funzionale al ripianamento del bilancio richiesto dalla UEFA. A chiudere – però, o purtroppo – ha rincuorato i rossoneri affermando che l’accesso diretto in Europa League – obbligatorio – potrebbe rivelarsi una consolazione. Ecco, parole non da Milan. Parole che non possono uscire dalla bocca del CEO di una squadra che – al netto delle difficoltà degli ultimi anni – durante il trentennio Berlusconi ha dominato in Europa e nel mondo, diventando sinonimo e simbolo di gloria e successi. Qui non siamo mica all’Arsenal e non ci si può accontentare.

Lo scetticismo nei confronti di Gazidis – se ci pensiamo – non nasce ora, ma già da gennaio, in occasione di un mercato di riparazione che serviva su un piatto d’argento – e a costo zero – due campioni del calibro di Ibrahimovic e Fabregas. Il top player dei dirigenti – nonostante il lauto stipendio percepito – ha cassato senza troppe remore le trattative, ritenendo inconcepibile mettere a libro paga degli ingaggi monstre come quelli che i due chiedevano, preferendo piuttosto due investimenti che complessivamente ammontano a 70 milioni: come quelli di Paquetá e Piatek.

Largo ai giovani, con prezzi alti e ingaggi bassi. Ni, se l’obiettivo non è quello di tornare subito nell’Europa che conta. Perché se è vero che con il senno del poi è sempre più facile – e che comunque i due acquisti di gennaio rimangono dei prospetti di indubbio valore – lo è altrettanto che con gli altri due – trascinatori di esperienza e abituati a lottare per certi obiettivi – probabilmente ora il Milan sarebbe stabilmente al quarto posto.

Ivan, ribadiamo: capiamo dove vogliamo arrivare. Se sei stato chiamato per ripianare il bilancio in tre anni, è necessario andare in Champions, e subito. E non in Europa League. Ma non solo: il Diavolo vuole tornare grande e non può farlo con questa mentalità, accontentandosi di un misero quinto posto e con una gestione finalizzata a comprare per rivendere, che porta esclusivamente all’incompiutezza. Perché qui non siamo all’Arsenal.




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