Nome poco "cool", ma il modulo è da tradizione vincente: ecco perché Giampaolo

Nome poco “cool”, ma il modulo è da tradizione vincente: ecco perché Giampaolo


Marco Giampaolo non è il nome che si aspettavano i tifosi rossoneri dopo l’addio di Gattuso. Pochettino e Sarri sarebbero stati profili più intriganti, lo stesso Inzaghi, nonostante l’etichetta del “piangina”, sarebbe stato in parte gradito per il suo “palmares” di tutto rispetto, ottenuto in una carriera così breve. Tagliati fuori questi tre nomi, il prescelto di Maldini (primo biglietto da visita dell’ex bandiera) è proprio l’attuale tecnico della Sampdoria. Favorito anche sui colleghi Di Francesco e De Zerbi. Questione di esperienza, perché il tecnico nato a Bellinzona esercita la professione dal lontano 2004, nonostante non abbia mai avuto l’onore e la possibilità di guidare una big del calcio italiano.

In realtà una chance si era palesata con la Juve post serie B, nel 2009, ma non si è concretizzata. Ecco che allora il destino offre – all’interista – Giampaolo un secondo treno, 10 anni dopo: il Milan. L’equazione gioco=risultati non ha funzionato granchè con lui (avvalorando la tesi degli Allegriani): in quindici anni di carriera non è mai andato oltre il nono posto, raggiunto proprio con la Samp in questa stagione. Prima di allora tre decimi posti consecutivi, due alla Samp e uno all’Empoli, dove fu chiamato per sostituire il maestro Sarri. E l’erede designato di Sarri non ha disatteso le aspettative, andando a migliorare la classifica dell’Empoli dal quindicesimo al decimo posto.

L’allievo, seppur conservando il sistema di gioco col trequartista, suo marchio di fabbrica, predica un calcio diverso da Sarri. Giampaolo preferisce concedere qualcosa sull’esterno a favore di una maggiore densità centrale, puntando su ripartenze rapide e linee di passaggio più semplici. Bene nella fase propositiva, meno efficacie in quella difensiva, dove le sue squadre lasciano spesso a desiderare, soprattutto in trasferta. Equilibrio che invece è sempre stato un dogma del suo precedessore. Però, in una grande piazza sarà necessario garantire stabilità, a costo di sacrificare un po’ estetica. Tanta gavetta che non è bastata per conquistarsi la stima dei tifosi rossoneri. Eppure Sarri non ha sofferto il passaggio da Empoli a Napoli. Chissà che non lo faccia nemmeno Giampaolo. Questione di opportunità (mancate)?.

Andando a ritroso nella storia recente del Milan, dal nuovo millennio, il Diavolo quando è stato vincente ha giocato col trequartista. Con Ancelotti dal 2003 al 2007. E con Allegri, artefice dell’ultimo scudetto rossonero nel 2011. Da Rui Costa a Kakà, da Seedorf a Boateng. Altri tempi, altri interpreti, ma resta un dato di fatto. Per un Milan che lotterà per il quarto posto un Paquetà o un Calhanoglu dietro le punte non sfigurerebbero. Un mutamento tattico, dopo 8 anni di 4-3-3, affidato a Giampaolo, che rimarrà ancorato alla sua filosofia. Arriveranno nuovi giocatori: in attacco per affiancare Piatek, ma la società dovrà intervenire nella rifondazione del centrocampo, necessariamente a vocazione qualitativa. Filtra il nome di Praet, giocatore simbolo del tecnico, fantasista trasformato mezzala, plasmato a tuttocampista, in grado di conciliare quantità e qualità. Importante sarà poi la scelta del vertice basso. Insomma, la rivoluzione di Gazidis, tramite il suo braccio destro Maldini, parte da Giampaolo. Di Paolo non possiamo non fidarci. Di Giampaolo proveremo a fidarci. Che sia veramente la volta buona?




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