Ibra, le ragioni di un sì

Ibra, le ragioni di un sì


Tutto fa pensare che a gennaio Zlatan Ibrahimovic tornerà al Milan. In teoria i Galaxy hanno tempo fino a dopodomani per rinnovargli il contratto, ma il saluto ufficiale dello svedese sembra non lasciare spazio a dubbi sul fatto che lascerà la California. E allora, come sempre accaduto nella vita sportiva di Ibra, la scelta ricadrà sull’offerta migliore per lui e per il suo procuratore.

In questo momento non vi è dubbio sul fatto che la “migliore offerta” sia quella del Milan. Non sappiamo se davvero Boban e Maldini possano accontentare la richiesta di un milione al mese per 18 mesi, ma è molto probabile che un accordo si riesca a trovare. Del resto Mino Raiola ha in mano una carta da giocare che rappresenta un vero e proprio jolly: si tratta del rinnovo contrattuale di Gigio Donnarumma. Un rinnovo che dovrebbe essere l’ultimo con il Milan, rinnovo che potrebbe far preludere alla partenza del portiere già nel prossimo mese di giugno. Sappiamo come lavora Raiola: fa rinnovare Donnarumma con il Milan e poi pianifica la cessione a una big del calcio mondiale, una cessione nella quale viene già prevista la sua ricca commissione. Di ricco, però, ci sarebbe anche l’indennizzo per le casse rossonere, il che significherebbe per il Milan realizzare una plusvalenza colossale su Donnarumma e risanare in maniera decisa e concreta il bilancio. Cosa che anche l’Uefa apprezzerebbe non poco nell’ambito del famoso “agreement” raggiunto con il club di via Rossi.

Insomma, il Milan e il suo bilancio dipendono strettamente dal lavoro di Raiola sulla cessione di Donnarumma, esattamente come la stagione in corso prenderebbe una piega diversa con l’arrivo di Ibra. Per questo motivo alla fine Gazidis dovrà accettare le condizioni di Raiola sul contratto di Ibra. Probabilmente a un anno di distanza anche il lungimirante dirigente sudafricano si è accorto che sarebbe valsa la pena prenderlo già nel gennaio scorso. E magari il Milan si sarebbe qualificato alla Champions League. Va beh, meglio tardi che mai. Anche se quest’anno la Champions sembra un miraggio, anche con la prospettiva dell’arrivo di Ibra.

Nonostante ciò, il colpo è da fare lo stesso. Diciotto milioni per un anno e mezzo possono essere tanti per un club che insegue un piazzamento Uefa. Ma non sono tanti se pensiamo che il monte ingaggi del Milan supera già i 120 milioni annui per avere una squadra molto mediocre. Non sono tanti se pensiamo che la dirigenza rossonera costa più di Ibra e che il solo Gazidis prende la stessa cifra splittata su 4 anni, ma non risulta che possa scendere in campo. Non sono tanti se pensiamo alla totale assenza di carattere e spirito di sacrificio palesato dalla squadra in questi primi mesi. Non sono tanti se pensiamo che Ibra negli ultimi due anni ha segnato 52 gol, mentre gli attaccanti del Milan messi insieme non li hanno fatti nemmeno in tutta la loro carriera. Non sono tanti se pensiamo che l’arrivo di Ibra potrebbe ridare al popolo milanista quell’entusiasmo e quell’orgoglio ormai spariti da anni.

L’operazione Ibra a livello ambientale mi ricorda vagamente quella che fece Galliani con Ronaldo nel gennaio 2007. Era un Milan demotivato, penalizzato e svuotato da “Calciopoli”: il Ronaldo prelevato dal Real Madrid restituì all’ambiente un entusiasmo incontenibile e la stagione si concluse in modo trionfale. Ovviamente non si può immaginare lo stesso happy end perché la squadra non è nemmeno lontanamente avvicinabile a quel Milan di campionissimi, tantomeno l’allenatore e non parliamo della società. Ma Ibra in campo, nello spogliatoio e nella società sarebbe l’unico in grado di infondere davvero uno spirito diverso.

Sicuramente con Ibra nello spogliatoio dopo le sconfitte non ci sarebbero sorrisi e battute. E alla lunga questo è quello che fa la differenza. Con Ibra ci sarebbe solo un grande rischio: il rovescio della medaglia del suo carattere, della sua voglia di vincere e di fare le cose per bene. Ibra si ricorda un Milan molto diverso da quello che c’è attualmente e già in quel Milan di campioni era andato in rotta di collisione con coloro che non davano l’anima come lui. Ecco il rischio è proprio questo. Quando Ibra si accorgerà che in questo Milan, sia in campo sia fuori dal campo, non tutti lottano per la maglia strenuamente e quando si accorgerà che le lacune a livello organizzativo, dirigenziale e professionale sono numerose potrebbe andare in corto circuito.

Gli ultimi due esempi di grandi campioni con grande professionalità e attaccamento al lavoro che si sono stufati del “mood” rossonero sono quelli di Higuain e Gattuso. Il primo dopo due mesi ha capito che aria tirava e ha fatto di tutto per andarsene. Il secondo, anche per amore della maglia e dei tifosi, ha tenuto botta fino al termine della stagione poi se ne è andato perché non voleva essere complice di una gestione tutt’altro che virtuosa. Ecco, il rischio di Ibra è che la sua reazione non sarebbe né menefreghista come quella di Higuain né controllata come quella di Gattuso. A proposito di Rino, ma voi sapevate che uno delle cause principali della rottura con la società è stata proprio il rifiuto di acquistare Ibra a gennaio?

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