Suso a Sky Sport: "Con Giampaolo non eravamo squadra, Pioli mi ricorda Gattuso"

Suso a Sky Sport: “Con Giampaolo non eravamo squadra, Pioli mi ricorda Gattuso”


L’esterno d’attacco rossonero Suso ha parlato ai microfoni di Sky Sport: “La storia del Milan ti spinge sempre a lottare dando il massimo. Noi stiamo benissimo qui, mi piacciono la città, la gente e il cibo. L’Italia è molto simile alla Spagna e noi siamo molto contenti qui. Il mio soprannome? Già mio papà veniva chiamato così e anche lui si chiama Jesus. Non so perché lo chiamassero così. Quando avevo 7-8 anni e giocavo a calcio con i miei compagni di scuola, c’era un ragazzo che era sempre molto simpatico e ha iniziato a chiamarmi così. Il mio obiettivo è giocare la Champions. Ho 25 anni e sto giocando tutte le partite da quando ne ho venti, ma ancora non sono riuscito a fare una partita in Champions League. Penso che tutti i giocatori forti giochino la Champions e che una società come il Milan debba per forza partecipare. Quando giochi la Champions, è tutto diverso. Mi piacerebbe tanto farcela. La finale di Supercoppa italiana del dicembre 2016? C’era in porta Buffon e io dovevo calciare. Quella camminata fino all’area di rigore è stata brutta. Poi ho preso il pallone e ho calciato in mezzo, pensando che lui avrebbe scelto un angolo, e ho fatto gol. Le critiche dei tifosi? La gente chiede sempre di più ai giocatori forti e io sono d’accordo con questo. Penso di dover fare molto meglio, non sono partito bene. Non so quando, se dopo una, due o tre partite, ma tornerò sicuramente al mio livello”.

Sul suo incontro con Kakà: “Io ero uscito per fare il riscaldamento e non sapevo che ci fosse lui. Quando poi sono entrato, ci siamo salutati e presentati. Mi piaceva tutto di Kakà, lo stile, la classe. Mi sarebbe piaciuto giocare con lui, così come con Gattuso, tutti dicevano che nello spogliatoio era incredibile. Tornando a Kakà, l’altro giorno ho visto la partita contro il Manchester United, faceva tutto lui, era incredibile. Anche fisicamente era un giocatore che aveva qualcosa più degli altri”.

Sullla nazionale spagnola: “Penso che la nazionale spagnola sia una delle cose più  belle. Io ero in nazionale quando c’è stato il ciclo che ha vinto Mondiale, Europeo, quindi son stato con la Spagna più forte. Mi piacerebbe giocare in Spagna perché lì ho giocato un anno solo ed ero molto giovane. Un’altra cosa bella è che, quando torno in Spagna, la gente è molto tranquilla con me perché non gioco in quel campionato e non mi vede in tv tutti i giorni come qui. La qualità di vità è ottima elevata”.

Sul suo sogno di diventare calciatore: “Io avevo chiaro nella mia testa la volontà di giocare a calcio. Quando andavo a scuola e dicevano che sarei voluto diventare un calciatore, i miei professori ridevano, dicendo che avrei dovuto dire una professione. Il sogno è diventato realtà. Se sono diventato un calciatore, in grandissima parte è merito della mia famiglia, perché sono sempre stati con me”.

Sul suo approdo al Liverpool: “Quando sono andato al Liverpool, a 17 anni, sono stato male per quattro mesi. In quell’epoca c’era Rafa Benitez e di solito chiedeva alle famiglie se volessero stare con i propri figli. A me disse che avrebbe preferito se fossi andato in Inghilterra da solo, senza di loro. Io avevo un procuratore che lavorava nella mia città e, prima che il Liverpool mi cercasse, c’era l’interesse del Real Madrid. Un giorno mi chiamò e mi disse che il Real voleva comprarmi e che aveva parlato con la mia società di allora (il Cadice, ndr) e avevano trovato l’accordo. Io avevo preso il primo aereo e avevo visto tutto, Valdebebas (il centro sportivo del Real Madrid,
ndr), la scuola, il posto in cui avrei dormito con i miei compagni. Ero a un passo dall’andare, poi lo stesso giorno mi disse che c’era il Liverpool. In
quell’epoca, in Spagna, era raro e strano vedere giocatori di 18-19 anni giocare nella Liga. In Inghilterra, invece, giocavano giocatori molto più giovani e si disputavano diverse competizioni quali l’FA Cup, la Carling Cup.
Siccome mi sarebbe piaciuto imparare l’inglese, ritenendolo importante per il futuro, anche come cultura personale, scelsi il Liverpool. Pensai che per giocare in Spagna ci sarebbe stato sempre tempo”.

Sull’esperienza con la maglia dei Reds: “Sono andato a Liverpool a 17 anni e a quell’età, per giocare, devi aspettare il transfert. Quindi sono stato là diversi mesi senza giocare e aspettando questo documento, che non arrivava mai. Abitavo con una famiglia inglese, che lavorava per il Liverpool, ed erano incredibili. Ho avuto fortuna anche in questo, però ci fu un momento in cui arrivai a parlare con mio papà per dirgli che volevo andare via. Facevo l’allenamento, tutti i miei compagni andavano alla partita e io dovevo andare a casa. Era una situazione non bella. In quell’anno (2012, ndr) ho giocato sempre come esterno a destra. E’ stato tutto molto veloce. La preparazione l’avevo fatta con la prima squadra, con Brendan Rodgers allenatore. Poi, però, di ritorno da Boston, fui mandato ad allenarmi con le riserve. Successivamente, fui nuovamente chiamato per allenarmi con la prima squadra. Dopo essermi allenato qualche giorno, il giorno precedente a una partita l’allenatore mi chiese se fossi pronto a giocare insieme a Sterling. Quando ho giocato la prima partita, dopo 20 minuti, ero morto, perché mi ero allenato solo una settimana con loro. Mi ricordo che giocai 60 minuti e Suarez fece una tripletta. Anfield, per me, è uno degli stadi più belli. Lo stadio è incredibile, poi, io, con quei tifosi, mi sono trovato bene”.

Sul prestito all’Almeria: “In quel periodo gli americani, che avevano assunto il controllo del club, cominciarono ad acquistare diversi giocatori. Mi chiesi cosa fosse meglio per me, se stare un altro anno al Liverpool e giocare altre 15 partite oppure andare in Spagna e giocarne 30. C’erano diverse squadre in cui potevo andare, perché al Liverpool avevo fatto molto bene. Pensai che sarebbe stato meglio andare in una squadra più piccola e abituarmi a giocare tutte le partite. Fu così, mi trovai molto bene e conobbi anche la mia attuale moglie, quindi fui contentissimo. Quando mancavano 6 mesi prima della scadenza del prestito, il Liverpool mi chiamò per tranquillizzarmi e dirmi che, una volta tornato in Inghilterra, mi avrebbero fatto il contratto”.

Sul passaggio al Milan: “Quando sono tornato a Liverpool per cominciare la preparazione, sentivo che qualcosa era cambiato e avevo capito che non mi avrebbero rinnovato il contratto. In una partita di Champions in cui dovevo giocare titolare, mi feci male nel riscaldamento calciando in porta, sentii un dolore incredibile all’adduttore. Avevo bisogno di operarmi e dovetti stare fermo tre mesi. Mancavano sei mesi per arrivare alla scadenza del contratto. Mi chiamò il mio procuratore e mi disse che c’era la possibilità di andare al Milan a fine anno. Gli risposi che mi sarebbe piaciuto molto, perché lo ritenevo un altro club molto grande. L’idea di aspettare fino a giugno, però, non mi piaceva. Sono venuto qua a Milano a fare le visite mediche e poi ho incontrato Galliani e gli ho detto che sarei voluto rimanere a Milano. A quel punto, Galliani mi disse di non preoccuparmi. Il giorno dopo mi chiamò il mio procuratore dicendomi che Galliani aveva fatto tutto e quindi, se avessi voluto, sarei potuto andare al Milan”.

Sui sei mesi tra le file del Genoa: “Al Milan si era creata una situazione complicata perché non giocavo. Io mi sentivo bene, quindi decisi di andare in prestito 6 mesi per dimostrare il mio valore. Pensavamo che il Genoa fosse quella giusta, anche perché era andato lì anche Niang, che aveva fatto molto bene e mi aveva parlato bene di Gasperini. Sono andato a Genova e ho trovato compagni incredibili e un allenatore molto bravo, che sa quello che vuole fare. Mi sono messo a disposizione e ho imparato quello che voleva lui. Sono stati sei mesi molto belli e poi, al derby, contro la Sampdoria, feci una doppietta”.

Sul suo ritorno in rossonero: “Volevo andare via perchè volevo giocare, era il periodo in cui era arrivato Montella. Quest’ultimo mi disse che avrebbe voluto che rimanessi, che stavo facendo un lavoro molto buono e che avrei giocato con lui. Per me Montella è stato importantissimo, perchè caratterialmente ragioniamo in modo molto simile, è una persona tranquilla, a cui piace giocare a calcio. Ha il mio stesso stile. Il mio momento rossonero più bello? Penso che il momento più bello sia stato il primo derby di Milano che ho giocato. Ho fatto due gol, anche se alla fine abbiamo pareggiato. Mi ricordo che era novembre e che era il mio compleanno, era una settimana speciale perché c’era tutta la mia famiglia. Fu un giorno che ricorderò sempre”.

Su Gattuso: “Io l’avevo visto un paio di volte con la Primavera. Mi ricordo che, quando ero piccolo, lo vedevo in tv e c’era quel Milan pieno di campioni. C’era quella cosa che con Montella non lavoravamo, quindi, essendo arrivato lui, partimmo subito forte. Mi ricordo che, durante il primo allenamento, ci fece fare degli scatti e mi ricordo che pensai che, se avessimo fatto così per tutto l’anno, non sarei nemmeno riuscito a calciare in porta. Poi, invece, fu tutto il contrario. Con lui costruii un rapporto umano splendido, tant’è che anche oggi io spesso parlo con lui. Se lui ti deve dire qualcosa in faccia, te la dice, che sia bella o brutta. Il modo con cui ti dice qualcosa ti arriva dentro, credo che, nel calcio, questo sia molto importante. Mi è dispiaciuto il suo addio, perché avevo un rapporto umano molto bello”.

Su Pioli: “Non lo conoscevo, avevo giocato contro di lui quando allenava l’Inter e la Fiorentina. Quando è arrivato, mi ha ricordato molto Gattuso, perché gli piace parlare, ti chiede cosa pensi o come ti trovi. Oggi, nel calcio, l’aspetto psicologico è importantissimo e penso che lui lavori molto su questo, per il poco tempo che l’ho potuto conoscere”.

Su Giampaolo: “Prima della partita contro il Lecce eravamo a 4 punti dalla zona Champions League, quindi eravamo là vicino. La cosa che mi faceva arrabbiare è che non vedevo una squadra. Non so, era una cosa strana. Con Pioli penso che possa essere diverso”.

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