Brocchi: "Ho allenato il Milan per meriti miei, non sono il lecchino di nessuno"

Brocchi: “Ho allenato il Milan per meriti miei, non sono il lecchino di nessuno”

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Christian Brocchi, ex allenatore e giocatore del Milan, ha raccontato della sua esperienza in rossonero in diretta Instagram con Mario Suma. Eccone i punti salienti:

Sulla carriera al Milan: “Quando ho giocato al Milan ho giocato con dei top player che avevano qualcosa di qualitativo nettamente superiore a me. Quando costruisci una squadra devi assemblarla in modo completo. Io son sempre stato un primo o un secondo cambio, ma avevo davanti dei mostri sacri come Gattuso, Pirlo e Seedorf. Non devi nemmeno vergognarti di essere il primo cambio di giocatori così. Ho sempre dato il massimo e quando venivo chiamato in causa cercavo di dare sempre il mio contributo. Ci son stati anni in cui ho fatto meno bene o in cui ho fatto errori, ma anche i top player ne fanno. A volte Ancelotti mi ha fatto anche giocare al posto di Pirlo ed era una grande soddisfazion, perchè non era necessario che mi parlasse o motivasse, perchè si fidava di me“.

Sul derby del 2003 in semifinale di Champions: “Non solo Vieri, ma anche Di Biagio mi fece i complimenti. Ero esaltato per due motivi in quella partita: in primis perchè arrivavo da un grande quarto di finale contro l’Ajax, poi perchè l’euroderby dava un’emozione indescrivibile: è stata la vigilia più incredibile della mia carriera. Non ho avuto la sensazione di apnea, ma i minuti non passavano mai. Non sapevamo più cosa fare in camera. Era una tensione positiva, non era paura. Era voglia di arrivare a vedere San Siro gremito. Quando con il pullman siamo arrivati nei pressi dello stadio, nell’aria percepivi una sensazione diversa. Quella sera lì è indimenticabile per me, non solo per la partita che ho fatto ma per le sensazioni e l’adrenalina che ho provato”.

Sui nonni sempre molto presenti nella sua carriera: “Se gioco a calcio lo devo ai miei nonni. Mio nonno mi accompagnava a 9 anni al campo di allenamento del settore giovanile del Milan, dopo essere andato in pensione in quell’anno. Con il rimborso spese che ci davano, i miei nonni ci vivevano. Il fatto di essere riuscito a dare a loro una soddisfazione immensa per me è stato qualcosa di grande. Mi dispiace che mio nonno non abbia visto gli ultimi miei anni di carriera e ora le mie partite da allenatore. Invece mia nonna segue ancora assiduamente e si arrabbia ancora quando parlano male di me”.

Su Piacenza-Milan prima di Manchester 2003: “Anche un’amichevole per me era importante. Ho sempre pensato una cosa, da quando ero in Serie C. Per me indossare la maglia di un club, che sia Milan o un altro, significa rispecchiare ogni singolo tifoso che ci guarda. Ci sono tifosi che vivono per il club del cuore o che darebbero chissà cosa per scendere in campo al posto nostro. Non è mai mancata la volontà o l’impegno. In quella partita Ancelotti aveva tutelato gli undici titolari e c’era qualcuno che non stava bene. Io volevo conquistarmi la panchina di Manchester, sapendo di non poter partire dall’inizio. Ho giocato con grandissima voglia, oltre che con grande rispetto dei ragazzi della Primavera che stavano vivendo un sogno che io avevo vissuto qualche anno prima. Purtroppo l’unico rammarico nella mia carriera da giocatore, in cui ho giocato in tutte le competizioni, è stata quella di non aver fatto nemmeno un minuto nelle due finali di Champions League vinte in cui ero in panchina. E’ stata una gioia immensa, comunque, perchè ho giocato sia quarti di finale che semifinale nel 2003. Il dispiacere viene quando ci si ricorda solo dei titolari, perchè ho giocato dando più, soprattutto nel 2007, di tanti che venivano considerati titolari e che hanno dato meno di me”.

Sul ruolo importante ad inizio stagione 2006-2007: “Io penso che l’umiltà sia fondamentale in ogni singolo giocatore. Io ho sempre saputo che per stare al Milan dovevo accettare il ruolo di non essere un titolare inamovibile. Io son sempre stato titolare ovunque ho giocato, anche all’Inter ho quasi sempre giocato. Al Milan ero consapevole di non esserlo, ma devi avere l’umiltà di capire chi avevi davanti. Ero pronto ed era giusto non essere titolare. In quel periodo lì son stato un giocatore importante per la squadra. Ricordo anche una partita ad Udine delicatissima prima di Natale. Eravamo in difficoltà, Ancelotti aveva parlato una delle poche volte prima della partita. Quella volta mi alzai anche io e dissi la mia, dicendo che non dovevamo avere paura di niente. Vincemmo 3-0 e feci un assist in quella partita. A volte sono stato giustamente offuscato dai grandissimi campioni del Milan, però mi sono ritagliato un ruolo importante e ho vinto con una maglia per me importante”.

Sulla sconfitta con il Liverpool ad Istanbul: “La cosa che più aveva dato fastidio erano stati tutti i commenti in cui si diceva che stavamo già festeggiando a fine primo tempo. Non era assolutamente così. Nel calcio succedono a volte delle cose inspiegabili, che non hanno una risposta. Sicuramente non è stato un fattore legato all’aver pensato di aver già vinto la partita, però da allenatore, vedendo a volte le mie squadre come reagiscono a dei momenti di difficoltà, penso che sia capitato di aver avuto un momento di blackout generale che ha inciso sugli stessi giocatori nello stesso momento. In quel momento lì, il gol del 3-1 ha condizionato, bloccato tanti giocatori e il gol del 3-2 ha cambiato tutto. Ha inciso dal punto di vista nervoso quella rimonta, siamo arrivati ai rigori con una parata assurda di Dudek su Sheva. Su quella parata lì chiunque ha pensato: ‘Oggi non possiamo vincere’. Ed era sbagliato, perchè avevamo sempre reagito a qualsiasi difficoltà. In quel caso anche noi ci siamo fatti prendere dalla negatività un pochino prima. E’ giusto che ci prendiamo delle responsabilità noi giocatori”.

Su come si diventa un punto di riferimento dello spogliatoio: “Penso che sia un qualcosa di naturale, che ti conquisti. Penso che ci siano persone che fingano e persone che invece sono vere. Sono sempre stato me stesso, nel bene e nel male. Ho sempre lavorato e fatto il mio, se dovevo dire qualcosa l’ho sempre detto senza nessun tipo di problema. A me la famiglia ha insegnato l’educazione, così come il Milan. Per me non serve sbraitare o far vedere ai tifosi che sono uno che fa le sceneggiate. I miei compagni mi hanno sempre apprezzato per l’onestà e perchè non ho mai voluto metterla in quel posto a nessuno. Uno finto prima o poi lo becchi. Gattuso era più forte di me, cosa dovevo fare, fargli la guerra? Era uno dei miei migliori amici e non portavo alcun rancore. Non perchè non avessi ambizione, ma perchè sono sempre stato umile”.

Sull’esperienza a Firenze nel 2005-2006: “Quando sono andato a Firenze, dico la verità, cullavo dentro di me il sogno di poter essere un giocatore che poteva giocarsi le carte da titolare. Nel giugno del 2005 mi chiamò Prandelli e mi disse che mi voleva con sé a Firenze per il mio lato umano e caratteriale. Sono voluto andare via per fare un anno da protagonista e sono andato un anno in prestito a Firenze. Sono stato titolare sempre e sono quasi arrivato a conquistarmi una convocazione in nazionale ai mondiali del 2006. Sfortunatamente per me e fortunatamente per chi ci è andato non è stato così. Tornando al Milan alla fine della stagione, l’anno dopo ci son state tante problematiche e lì si avvera un altro sogno per me: conquistare la maglia della nazionale con la maglia del Milan. E’ stato qualcosa di veramente bello”.

Sulla carriera da allenatore del settore giovanile in rossonero: “Ho avuto questa fortuna grazie a Galliani, che mi aveva promesso che sarei tornato per allenare il settore giovanile del Milan una volta terminata la carriera di calciatore. Così avvenne. Mi feci male con la maglia della Lazio e Galliani mi chiamò il giorno dopo il mio infortunio per chiedermi se era vero, come si leggeva, che la mia carriera fosse finita e se nella prossima stagione avessi voluto allenare il settore giovanile del Milan. Alla fine, dopo qualche dubbio, perchè inizialmente volevo continuare a giocare, accettai. C’erano persone meravigliose nel settore giovanile del Milan e mi son messo a imparare e studiare. Abbiamo iniziato a fare questo percorso insieme, che mi ha appassionato tantissimo. Ci siam tolti delle belle soddisfazioni e abbiamo portato su tanti ragazzi. Al Milan c’era l’idea di non andare a spendere soldi per gli Allievi Nazionali o la Primavera. Non pensavamo al successo immediato in quelle categorie, ma alla crescita dei giocatori da piccoli. Il lavoro è stato importante e ci ha permesso di far esordire nel Milan e in Serie A tanti giocatori”.

Sui mesi da allenatore in prima squadra al Milan: “E’ stato un po’ croce e delizia quel periodo per me. Non è facile, per uno che ha il Milan dentro, sentire sempre della gente che ti massacra, sminuendoti come persona, come giocatore del Milan e poi come allenatore. In quei due mesi non son stati raggiunti gli obiettivi, ma sono entrato in un momento più che difficile. Non dirò mai che momento era, dico solo che non esistono allenatori con la bacchetta magica e da una settimana all’altra riescono a ribaltare tutte le cose. Non potevo dire di no quando il presidente mi ha detto che avrei allenato la prima squadra a partire dal giorno successivo. La cosa peggiore è quella di essere considerato il lecchino di Berlusconi o Galliani. E’ il dolore più grande, perchè non lo sono. La società ha visto il lavoro che avevo fatto e ha fatto una scelta, giusta o sbagliata che sia. Non ho mai leccato il culo a nessuno. Tutti gli allenatori all’inizio hanno bisogno di un dirigente o un presidente che crede in lui. Se Mirabelli non avesse creduto in Gattuso, Gattuso avrebbe fatto l’allenatore del Milan? Se Lotito non avesse creduto in Simone Inzaghi, idem. Ancora oggi pago le conseguenze dello scetticismo nei miei confronti”.

Su cosa deve succedere perchè Milan-Monza si giochi nel 2021-2022 dopo che i rossoneri hanno giocato il mercoledì in Champions: “Spero che al Milan succeda quello che sta succedendo nel mio club: programmazione, persone serie che abbiano voglia di arrivare ad un obiettivo dichiarandolo e facendo di tutto per raggiungerlo. Spero che possano arrivare ad un punto in cui riescano a fare le cose fatte per bene. Con tutti gli allenatori che son passati in questi anni al Milan, probabilmente non è solo un problema di allenatore”.

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