Arbitri e assenze, “armi di distrazione” di massa. Tempi e strategie, “inibitori della crescita”

Spesso si confonde il tifo con l’ossessione, la critica con la sentenza. Sembra quasi che avvalersi del diritto all’analisi critica possa essere oggetto di revoca della “patente da tifoso” da parte di un tribunale popolare.

Al contrario. Penso che andare oltre le apparenze e cercare di analizzare limiti e perché no, errori, voglia indicare la volontà di vivere un futuro migliore. Pertanto, se questo editoriale rischia di ledere la “sensibilità tifoide” di qualcuno, allora può fermarsi qui. Per i pochi rimasti, buona lettura.

Non è la prima volta che si evidenzia la pericolosità di circoscrivere le difficoltà incontrate a causa delle assenze e da un po’, anche delle scelte arbitrali. L’appellarsi a situazioni non di campo e soprattutto ad arbitri rischia pericolosamente di insinuare un problema ancora più grande: l’alibi.

Sono “armi di distrazione di massa”. Capisco la riconoscenza, stima e ammirazione per dirigenti e storia del club ma i problemi ci sono ed erano preventivabili. Gli stessi Calabria e mister Pioli nell’immediato turbolento post partita contro lo Spezia, hanno provato a riportare il tutto sui binari di una verità di campo. Mentre si gridava allo scandalo per l’errore, se pur sciagurato e condizionante, dell’arbitro Serra, Pioli e Calabria hanno all’unisono espresso un concetto semplice: va bene l’errore, ma le responsabilità sono al 50% tra l’arbitro e noi.

Spezia, Milan, Serra

I torti sono alibi che distraggono da una realtà:

  1. contro una squadra in piena lotta per non retrocedere non puoi essere incapace di non concretizzare tutte le occasioni create in 50 minuti;
  2. dal pareggio dello Spezia al 55’ e fino al 90’ (30 minuti) mai un tiro in porta è stato effettuato verso Provedel;
  3. inaccettabile arrivare al 90’ ancora bloccati sul pareggio pur conoscendo l’importanza del match e i risultati degli avversari

E qui subentra l’altra “arma di distrazione”: le assenze.

Vero. Dato inconfutabile ma questa situazione è stata una scelta ponderata. E qui l’effetto collaterale delle strategie e tempistiche che potrebbero essere un vero e proprio “inibitore della crescita”.

Non entro nel merito degli infortuni, già abbondantemente affrontato e per niente riconducibile alla sfortuna. In fase di costruzione della squadra, la scorsa estate, era già tutto chiaro che alla ripresa post Natale il calendario avrebbe messo difronte ai rossoneri big match contro Roma, Juve e Inter oltre a Venezia, Spezia e l’ottavo di Coppa Italia. Quaranta giorni privi di Ballo-Touré, Bennacer e Kessie impegnati in Coppa d’Africa. Senza considerare che storicamente, al rientro da questa competizione, il riadattarsi al calcio europeo ha le sue difficoltà.

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Eppure la strategia è stata chiara. Da agosto si era convinti che affrontare un periodo così delicato e per certi versi decisivo con Tonali, Bakayoko e Krunic sarebbe stato più che sufficiente e la squadra non avrebbe perso competitività. Senza considerare possibili squalifiche o infortuni che avrebbero potuto ulteriormente aggravare l’emergenza. Come poi è successo lunedì con l’assenza di Tonali.

Difronte ad una chiara strategia societaria non si può esclamare: “Eh si, però le assenze”. Questo è o non è un errore di scelta e programmazione? Bakayoko nelle ultime 6 stagioni ha fatto bene 3 o 4 mesi al Milan e poi le sue prestazioni tra Chelsea, Monaco e Napoli sono sempre state insufficienti. Eppure da due anni i tifosi l’hanno atteso come fondamentale nella rosa dei centrocampisti. Ora non possiamo dire: “Ma si, abbiamo giocato con Bakayoko”.

 Da queste scelte poteva dipendere un salto di qualità che ad oggi, dati alla mano, non è avvenuto. Peccato.

Tempistiche? Ed ecco il capitolo difesa. Ok aspettare l’occasione. Va bene acquistare solo se si va a migliorare la rosa.

Però sapere dal 1 dicembre che avresti fatto a meno per tutta la stagione di Kjaer e siamo al 20 gennaio e tutto tace, non è una strategia finalizzata alla crescita.

È evidente che la dirigenza abbia considerato e consideri Kalulu e Gabbia affidabili prime scelte dietro Tomori e Romagnoli. Al netto degli imprevisti fisiologici chiamati squalifiche, brevi infortuni e covid. Detto questo, non possiamo dire: “Eh però abbiamo giocato con Gabbia e Kalulu”.

O almeno, liberi di dirlo tenendo presente però che considerare Kalulu, Gabbia, Bakayoko e Krunic (titolari) il limite di questo Milan significa criticare una scelta strategica di una dirigenza che da agosto li ha considerati ottime e affidabili prime scelte.

Il lavoro fatto fin qui è straordinario ma per fare il meritato salto di qualità, c’è bisogno di tempistiche e strategie differenti. Lasciamo gli alibi come sfortuna, assenze e arbitri a chi nella sua storia ha vinto poco e niente. Il Milan è molto di più.