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L’equazione del calcio è B=C

Per B=C noi intendiamo questo semplice postulato, capace di piegare le regole della matematica applicata: Barcellona=Calcio. Nel biennio 2010-2011 il gioco più del mondo si esprime in un specifico idioma: lo spagnolo. Se vogliamo essere chic, il catalano. Il Barcellona ieri a Wembley ha vinto la quarta Coppa dei Campioni della sua storia. Ma la notizia non è questa. Oramai il suono della parola Barcellona coincide con quello che è diventato l’optimum del concetto del gioco del calcio. Gioco di squadra, calcio spettacolo, giocate fuori dagli schemi dei singoli: una guida illustrativa per tutti coloro che non conoscono cosa sia questo gioco.

Il 3-1 finale è soltanto un appendice di questa scuola calcistica, capace di gestire il pallino del gioco con i suoi palleggiatori e non solo. Anche l’estremo difensore,Victor Valdes, ha dimostrato di avere piedi buoni e sangue freddo. Nei primi dieci minuti della gara ha gestito palloni non semplici al limite dell’area senza farsi intimidire dal pressing inglese.


Sir. Alex Ferguson, da vecchio lupo di mare, ha constato in prima persona la superiorità catalana: “Abbiamo giocato contro una squadra fortissima, ma non siamo mai riusciti ad affrontare Messi, a metterlo in difficolta’. Troppo difficile da fermare”.

I blaugrana di Pep Guardiola fanno parte del dream team del primo decennio di questo millennio. Non dimentichiamo che il Barcellona è il motore della Spagna campione del mondo nel 2010: ben sette undicesimi (considerando Puyol che era in panchina!). Il segreto del Barcellona? Pep Guardiola risponde così:” Il merito di questo Barcellona e’ che corrono tutti come matti”. Il modello catalano va studiato affondo ed esportato, è un prodotto che supera l’eccellenza. Il successo, a nostro avviso, sta nel’laver saputo ottimizzare le proprie risorse e nella capacità d’aver occhio per i campioni in erba: la caratteristica di questo Barça è la lungimiranza. I grandi club nel resto d’Europa fanno sfoggio dei petrodollari per costruire una squadre imbattibili, ma da qualche anno a questa parte c’è un certa squadra che riesce a sopperire alla mancanza del dio denaro con altro. Il “talento” non va comprato staccando assegni con nove zeri, il talento per il calcio va coltivato nei campi d’allenamento. Volete un esempio? Vi dice niente la storia di un ragazzo chiamato Lionel Messi?

Alessandro D’Auria

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