Rivera verso i 70 anni: "La partita per eccellenza? I miei vent'anni di calcio. Ecco i miei ricordi più belli..."

Rivera verso i 70 anni: “La partita per eccellenza? I miei vent’anni di calcio. Ecco i miei ricordi più belli…”


riveraSettant’anni e non sentirli. Tra gioie (tante), soddisfazioni professionali e dolori (pochi), Gianni Rivera domenica prossima taglierà un altro traguardo importante. E’ un pezzo di storia del calcio, italiano e rossonero. E in un’intervista al Corriere della Sera, l’ex bandiera del Milan si racconta con semplicità: “Sono sempre stati gli altri a ricordarmi i compleanni, fosse dipeso da me non ci avrei fatto caso”.

Nel colloquio con Alberto Costa ricorda episodi e persone della sua carriera di calciatore. A cominciare dagli uomini più importanti: Giuseppe Cornara, primo allenatore incrociato, Franco Pedroni (“ha avuto il coraggio di farmi esordire in serie A non ancora sedicenne. Anzi, mi aveva già provato nel ’58 in un’amichevole con l’Aik di Stoccolma in cui feci pure un gol. Avevo meno di 15 anni“) e Nereo Rocco, col quale “si era consolidato un rapporto personale, mi sentivo parte della sua famiglia“. Nemici? “Ho trovato qualcuno che non era del tutto d’accordo con me. Si è trattato di diversità di opinioni, di punti di vista, di scelte. Ma non riesco a pensare a dei nemici“, risponde Rivera, rispolverano comunque qualche episodio con gli arbitri Campanati e Lo Bello.

La partita per eccellenza? “I miei vent’anni di calcio, è una partita durata vent’anni“. Poi il ricordo dell’esordio col Milan, data 18 settembre 1960: “Debuttai in Coppa Italia proprio ad Alessandria. Ricordo ancora quando mi trovai con una maglia diversa su quel campo che conoscevo bene ma uno deve ragionare subito con la logica della maglia che ti mettono addosso. Per questo mi disturba quando oggi i calciatori se la tolgono. La maglia è troppo importante, i club li dovrebbero multare“.

Quindi una carrellata di presidenti: Andrea Rizzoli (“andava poco in sede, un tipo abbastanza introverso, l’ho conosciuto addirittura dopo un anno che ero al Milan. Un giorno nello spogliatoio, prima di una partita, ho visto un signore seduto in un angolo e ho chiesto a Maldini: chi è quello? E lui: è il presidente”), Felice Riva (“è stato un peccato, ha rischiato di far fallire il Milan“), Albino Buticchi (“avevamo un ottimo rapporto personale, facevamo addirittura le vacanze assieme. Poi non so che cosa sia accaduto”), Felice Colombo (“un ottimo amministratore, purtroppo è incappato in un incidente di percorso, si è trovato in una situazione che poi gli dev’essere sfuggita di mano“).

Infine, l’ultima partita, Lazio-Milan del 13 maggio 1979: “Allora non sapevo che sarebbe stata la mia ultima partita. Fosse rimasto Liedholm, avrei continuato a giocare. Invece arrivò Giacomini, era stato un mio compagno, ho avuto l’impressione di creargli dei problemi. Ho pensato più al Milan che a me stesso”. E il rapporto mai decollato con Silvio Berlusconi: “O fai quello che dice lui oppure sei destinato a finire ai margini. Non c’erano le condizioni per collaborare. E poi all’epoca c’era il rischio che io un po’ di ombra gliela potessi fare”.




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