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Scrivi Cerci, leggi Chiarugi


Ala tutto dribbling e mancinate, un sinistro che sta a destra, che rientra e va sul suo piede. Che segna un mucchio di gol, specialista delle punizioni, un estro che a volte sconfina in un pizzico di egoismo. Che si è rivelato nella Fiorentina, con un caratterino un po’ così, gestito da una testa piena di ricci ribelli, insomma un vero e proprio “Cavallo Pazzo” fatto di talento, esplosioni e implosioni. Questo identikit schizzato al volo sulla figura del nuovo parrocchiano di Milanello Alessio Cerci si potrebbe ritagliare, incollare su qualche giornale di 40 anni fa (42 e mezzo per la precisione) e abbinarlo senza la minima variante a Luciano Chiarugi, l’original “Cavallo Pazzo”, gioia e disperazione dei milanisti degli anni ’70. E tutto sommato, alti e bassi compresi, c’è solo da augurare, all’ex Toro, di ripetere il cammino milanista di “Lulù” Chiarugi, la cui reincarnazione rossonera in Cerci passa anche attraverso l’approdo a Milanello: perché oltre a tutto il resto che già corrisponde, anche la fregatura di mercato tirata all’Inter per vestirli di rossonero accomuna i due.

Era l’estate 1972. Tempi di frontiere chiuse, di autarchia pura, di rose fatte di pochi giocatori, di sessioni di mercato che duravano poche settimane e che si chiudevano tassativamente prima che le squadre si radunassero per cominciare la nuova stagione. Apparentemente il nulla, rispetto alle trattative senza spazi e tempi di oggi: e invece, erano fuochi d’artificio veri e spettacolari. Sarà stata l’atmosfera della location, vale a dire i grandi alberghi milanesi vicino alla Stazione Centrale, sarà che i soldi c’erano davvero, sarà che i tempi stretti provocavano folli trattative by night, in mezzo a personaggi (e personagge) dai ruoli ambigui: fatto sta che al mercato italian style tutti – ma proprio tutti, a cominciare dal sogno proibito Riva – finivano sulle bancarelle. Quel luglio di 42 anni fa, una delle merci più pregiate era Luciano Chiarugi, che la Fiorentina mollava su ordine di Nils Liedholm, sfinito dall’incostanza del ricciolino con la maglia numero 11: il fatto che proprio uno serafico come Liddas fosse arrivato al capolinea dice tutto del pericoloso rapporto costi (alti)/benefici (forse) che l’operazione comportava. Cavallo pazzo uguale club pazzo, ed ecco allora farsi avanti l’Inter, all’epoca guidata dall’Ivanhoe Fraizzoli, presidentone molto milanese nella parlata e poco nell’uso del portafoglio: non è che fosse il re della prodigalità, Chiarugi serviva parecchio, ma la richiesta di 400 milioni spaventò parecchio il Fraizza. Soldi che aveva il Milan, provenienti dalle tasche del neo-presidente Albino Buticchi, voglioso di presentarsi alla piazza – in semi disperata attesa dello scudetto della Stella – con roba importante sul piatto. Nereo Rocco fece un nome ben preciso: Giorgio Chinaglia. Ci aveva visto giusto il Paròn, ma la Lazio resistette a offerte extralarge e finì che anche Mupo, direttore sportivo rossonero, virò su Chiarugi, su cui l’Inter stava ancora combattendo lira su lira. La Fiorentina si fregò le mani sognando l’asta e il buon Fraizzoli chiese e ottenne al Milan un gentlemen’s agreement: non superare l’offerta di 300 milioni in contanti, per convincere i viola e vincere la sfida mano alle contropartite in giocatori. L’Inter, su questo terreno, aveva più carte da giocare: ma non aveva fatto i conti con la spregiudicatezza di Buticchi, grande frequentatore di tavoli verdi, amante dell’azzardo, lui di carte da giocare se ne intendeva, eccome. E infatti scelse la carta delle banconote, la cartamoneta: 400 milioni sull’unghia alla Fiorentina in una notte di luglio, a quattro giorni dal fischio finale del mercato, e arrivederci all’Inter, che alzò alti lamenti sui giornali, accusando di pirateria il Milan. Buticchi, effettivamente, lo yacht ce l’aveva.

Chiarugi rimase in rossonero quattro anni, vincendo una Coppa Coppe, una Coppa Italia, perdendo il “tragico” scudetto del 1973 a Verona. Segnò tanto, specialmente nei primi due anni, specialmente in Europa, purtroppo mancò per squalifica la finale della Coppa Coppe 1974, persa malamente contro i tedeschi est del Magdeburgo. Forse il suo estro sarebbe servito a sciogliere il loro acciaio così come fu decisivo 12 mesi prima con il Leeds, con quella punizione vincente sottratta in maniera sacrilega al piede di Rivera, il capitano-padrino al quale mai si piegò deferente. E infatti, nel 1976, fu proprio il 10 a dare il via libera alla sua cessione al Napoli. È stato un giocatore che comunque è “rimasto” nella memoria di chi c’era, la sua carriera – importante – è sempre legata al Milan, oltre che alla Fiorentina. Se “Winston” Cerci deciderà in tutto e per tutto di essere il clone di Lulù al Milan, andrà di lusso a entrambi, a lui e a noi. Per ora, parte con l’aura di uno che ha concesso di spernacchiare i dirimpettai. Molto, molto bene.

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