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La finale, Donnarumma, il 3-0 nel derby. Sinisa, grazie…

E ribaltone è stato. Sinisa Mihajlovic, a sei giornate dalla fine del campionato e con una finale di Coppa Italia da giocare, non è più l’allenatore del Milan. Esonerato a sorpresa e sostituito, almeno sino a giugno, dall’allenatore della Primavera Cristian Brocchi. A vincere, come sempre, è stato lui, Silvio Berlusconi: il presidente rossonero, insofferente verso l’allenatore già in estate, ha spiazzato tutti con un coupe de theatre dei suoi che ha scosso tifosi e addetti ai lavori. I risultati negativi dell’ultimo mese sono stati solo la “goccia” che ha fatto traboccare un vaso già da tempo a rischio tracimazione: troppo diversi Silvio e Sinisa per carattere e filosofia calcistica. Un epilogo scontato a fine stagione che, causa tracollo del Diavolo, è stato sorprendentemente anticipato.

In bocca al lupo a Cristian Brocchi. L’ex centrocampista di Ancelotti è atteso da settimane roventi e complicate: i tifosi, nonostante la situazione kafkiana in cui versa il Milan, hanno il dovere di sostenere un allenatore inesperto e a serio rischio deriva. Ma guai a dimenticare subito Mihajlovic. Perché il serbo, al netto di un amore mai sbocciato con il presidente, ha più di un merito che doverosamente deve essergli riconosciuto: dati e fatti oggettivi che lo rendono comunque vincitore. Esonerato ma “promosso”: sembra un paradosso, ma Sinisa può guardare ai suoi trascorsi milanisti con orgoglio e senza rimpianti. Lascia Milanello a testa alta e a petto infuori, coerente con il suo essere e con la sua storia calcistica e umana.

Peschiamo dal mazzo: Mihajlovic lascia un Milan 6^ in classifica e dunque in Europa dopo due anni. Ha riportato il Diavolo, dopo ben tredici anni, a disputare una finale di Coppa Italia: il percorso è stato agevole, ma lungo e “netto”, con sei partite e sei vittorie (di cui la prima il lontano 17 agosto 2015, ndr). Una finale che, in virtù del cannibalismo della Juventus, varrà con ogni probabilità anche l’accesso alla Supercoppa Italia di agosto. Il lavoro del serbo, già oggi considerato buono, sarà rivalutato al rialzo: il merito enorme è aver voluto, cresciuto e plasmato la spina dorsale milanista del futuro. Aver lanciato con estremo coraggio un portiere 16enne come Donnarumma, aver preteso sul mercato l’acquisto rischioso (e costoso) di Romagnoli, aver cresciuto e valorizzato un talento prima fumoso come Niang, rilanciato i vari Alex, Honda, Montolivo. Più una gustosa ciliegina: il derby di ritorno Milan-Inter dello scorso 31 gennaio. La Madonnina è tornata rossonera con un roboante 3-0 che colloca Miha nella storia della stracittadina e del club di via Aldo Rossi.

Solo il tempo dirà se Mihajlovic dovrà essere rimpianto da chi, Silvio Berlusconi, lo ha cacciato senza troppi complimenti e prendendosi in toto ogni responsabilità. Contrari Galliani (l’a.d. avrebbe proseguito col serbo fino all’estate per poi scegliere un allenatore più esperto), Sacchi (il Profeta di Fusignano ha sempre palesato perplessità, in pubblico e in privato, nel cambiare troppi allenatori) e buona parte dello spogliatoio rossonero, decisissimo il presidente in questo clamoroso cambio in panchina. Bene l’arrivo di un tecnico (finalmente) scelto dall’ex Cavaliere, pronto a ricevere quel sostegno e quell’amore mai avuto dai predecessori. Ma le perplessità sull’inesperienza e sulla mancanza di “mestiere” angosciano: i precedenti Seedorf e Inzaghi non sembrano aver insegnato nulla. In ogni caso, come previsto, a pagare per l’annata deludente è stato solo e soltanto l’allenatore. Ma la giostra è sempre calda, pronta a ripartire già a giugno. Brocchi è avvisato…

This post was last modified on 14 Aprile 2016 - 08:23