Scudetti e veleni: il lungo cammino di Napoli-Milan

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“Non voglio vedere nemmeno una bandiera rossonera domenica al San Paolo”. Un calciatore che se la cavava discretamente bene e che rispondeva al nome di Diego Armando Maradona, espresse questo suo preciso volere in una settimana di fine aprile di tanti anni fa. Domenica primo maggio, anno 1988, il giorno in cui la storia dei confronti tra Napoli e Milan tocca forse il punto più alto, c’era da indossare l’abito migliore.

In palio lo scudetto e Arrigo Sacchi, che non doveva neanche mangiare il panettone e che invece aveva mangiato anche la colomba lasciando il caviale alla rinvigorita tifoseria rossonera inebriata dal suo Milan nascente, fiuta nell’aria la meta: durante una serata informale in cui sono presenti anche alcuni calciatori dei partenopei, viene a sapere che lo spogliatoio napoletano è sfilacciato. In mezzo a quei pertugi riesce a infilarci la sua squadra: corre a Milanello e dice, da buon romagnolo verace: “Ragassi, ho una bella notizia, lo scudetto è alla nostra portata”. San Virdis, quanto mai provvidenziale quel pomeriggio, ficca nell’addome del Napoli e di Ottavio Bianchi due spilli e il colpo di grazia lo da Van Basten. Tre a due, sorpasso e scudetto in via Turati dopo nove anni di guai. Le bandiere rossonere, con buona pace di Maradona, quel pomeriggio a Fuorigrotta sventolarono fiere, seppur in netta minoranza.

Gli anni Ottanta arrivati e scivolati via come cantava Raf, hanno regalato altre dense puntate di storia oltre a quel pomeriggio tricolore. Nel 1982 il Milan è salvo a Cesena. E’ sempre primavera, è sempre maggio, il giorno 16, ed è sempre tre a due sui romagnoli. Ma contemporaneamente, allo scadere, Castellini regala un calcio d’angolo al Genoa e si fa infilare per un 2-2 finale che condanna alla B i rossoneri. Nell’anno delle “Notti magiche” di Schillaci, invece, il prologo al Mondiale casalingo è l’incendiaria fatal Verona di aprile: dopo la monetina in testa ad Alemao che sviene come colpito da un bengala e arraffa i tre punti a tavolino per i suoi, il Milan di Sacchi arriva sfibrato e snervato all’atto decisivo contro i gialloblu, perdendo partita e testa. Due a uno per gli scaligeri, scudetto questa volta in Campania e Sacchi furioso. Il 23 maggio a Vienna, le 100 lire piovute sulla testa del brasiliano diventeranno un lungo striscione: “Napoli vuoi la finale? 800 lire ti costa in totale”, come le otto partite che il Milan aveva dovuto sostenere prima di arrivare nella capitale austriaca e vincere la seconda Coppa dei Campioni consecutiva.

Anche il quindicesimo scudetto del Milan, l’ultimo di Capello, passò per il San Paolo: un colpo di testa perentorio di Panucci pose una grossa pietra sul ritorno al tricolore dei rossoneri, dopo che all’andata un grande Taglialatela aveva sbarrato la strada a Baggio e compagni parando un calcio di rigore al fantasista e di tutto e di più ai suoi compagni, inchiodando il match sullo 0-0.

Oggi i tempi sono cambiati, la nostalgia canaglia incombe sempre più di frequente in questi anni di calcio “social” e di indigestione digitale, dove il romanticismo è andato perduto e contano tv, creste e tatuaggi. Napoli-Milan conserva comunque un alone di fascino, seppur i valori siano stati profondamente ribaltati. Ultimamente non c’è stata quasi mai partita per i rossoneri, che non vincono al San Paolo dal 2010, 2-1 con Robinho e Ibrahimovic, e continua ad annidarsi una impressione molto fondata di non essere mai stati all’altezza della squadra di Sarri. L’esame è di quelli tosti ma è nelle situazioni più estreme che il pallone potrebbe rotolare impazzito come in quelle domeniche degli anni Ottanta.  Anche se i protagonisti di un tempo non possono essere della partita: Virdis, che ha aperto una graziosa enoteca in via Piero della Francesca, avrebbe fatto certamente molto comodo alla causa montelliana.