Dalla finale di Champions alla dignità cittadina, è sempre il derby

Lino Dimitri è giornalista pubblicista dal 2012. Redattore di SpazioMilan.it dal settembre 2011: è sua la firma nell’editoriale del sabato. Lavora nella redazione di LecceNews24.it occupandosi di cronaca, politica, eventi e sport e collabora con CalcioMessina.it. In passato ha collaborato con Bordocampo.net e Sportmain.it.

Una gara importantissima, uno di quei classici sliding doors che possono indirizzare un’intera stagione, stabilire in un senso o in un altro quelli che potrebbero essere i mesi successivi. Il derby, che domani sera il Milan di Pippo Inzaghi si troverà ad affrontare contro l’Inter di Roberto Mancini, ha il classico sapore di una sfida della morte perché in palio non c’è solo la supremazia cittadina e una posizione di classifica più o meno dignitosa, ma c’è soprattutto l’identità, il conoscere se stessi, il poter prendere consapevolezza di quello che potrebbe essere un potenziale da sfruttare. Non ci si giocherà l’accesso alla finale di Champions o uno Scudetto, come qualche anno fa, ma di questi tempi la posta in palio diventa un banalissimo dettaglio.

La stracittadina che ha acquisito un significato particolare e che ha certamente cambiato i suoi connotati con l’arrivo di Roberto Mancini sulla panchina dei cugini, arriva nel classico momento in cui entrambe le compagini non possono più permettersi di sbagliare. Il terzo posto, o almeno il poter lottare per la qualificazione dei play off di Champions, è ancora a portata di mano, ma ulteriori passi falsi complicherebbero di gran lunga la situazione. Come detto in precedenza, però, le due squadre hanno bisogno soprattutto di altre risposte, di capire cosa vogliono fare da grandi e cominciare a dare un senso ad una stagione fin qui balbettante. Quest’anno, per la prima volta dalla stagione 2001/2002, nessuna delle due milanesi ha partecipato alla Champions e questo rende solo in parte l’idea del momento di crisi in cui versano Milan e Inter.

Il rischio effettivo, però, resta quello che queste mancanze nell’Europa che conta possano diventare tristi realtà alle quali abituarsi. Le casse vuote e spesso piene di debiti dei due club non permettono di sognare e impongono un rinnovamento culturale nella mentalità delle due società. Una volta nella città della Madonnina arrivava gente come Ronaldo e Shevchenko, Nesta e Crespo, Eto’o e Ibrahimovic. Adesso quei tempi sono finiti, è l’unica speranza può essere rappresentata da giovani da crescere e far diventare campioni, ma i tempi non sembrano ancora essere maturi. Allora, in un quadro così desolante, non resta che entusiasmarsi sui gol di Icardi o Honda, sulle magie di Menez e Kovacic, sulla crescita degli acerbi Ranocchia e De Sciglio.

I top player sono altrove, i top club (sia in Italia che in Europa) sono lontani anni luce, ma San Siro domani sera si vestirà a festa, i riflettori si accenderanno e non si sentirà la musichetta della Champions, ma sarà vietato sbagliare di fronte a due curve sempre passionali, sempre rivali, ma corrette che offriranno il solito spettacolo di coreografie, striscioni e cori. Perché Milan-inter resta una partita speciale, resta “la partita dell’anno”, quella in cui se vinci sei un eroe, se perdi rischi di compromettere un’intera stagione.

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