Il "socio occulto" di Giampaolo

Il “socio occulto” di Giampaolo


Ho avuto la fortuna di conoscere da vicino Massimiliano Allegri. L’ho fatto quando era l’allenatore della Juventus e ho potuto trascorrere un pomeriggio insieme qualche settimana fa, con Maurizio Sarri già annunciato quale nuovo tecnico bianconero. Di sicuro, come ha voluto sottolineare ieri Marco Giampaolo, Allegri è uno di quei manager che sa gestire bene le situazioni e, soprattutto, gli uomini. Gli riconosco (e si riconosce anche lui stesso) la capacità di comprendere al meglio dove si trova, analizzare il contesto e agire di conseguenza. Proprio grazie a questa sua caratteristica, è riuscito a vincere, sottolineando ancora oggi come il Milan e la Juventus siano due pianeti molto diversi tra loro.

Che c’entra Allegri? C’entra perché ritengo che possa essere il miglior “socio occulto” di Giampaolo, come ha fatto implicitamente notare lo stesso tecnico abruzzese rispondendo ieri ad una domanda del direttore di SpazioMilan, Christian Pradelli. Certo, Allegri arrivò al Milan con Nesta, Thiago Silva, Gattuso, Seedorf, Ronaldinho. Poi gli comprarono Ibrahimovic, Robinho, Cassano. E vinse. Ma si trovò anche a dover fronteggiare un cambiamento epocale quando, nel 2012, la squadra fu smantellata e a Milanello rimase un “gruppo di ragazzotti”, come Allegri li definisce ancora adesso parlando di quel momento storico. Riuscì a centrare un insperato terzo posto (ma anche a qualificarsi per due anni di fila agli ottavi di Champions League) grazie alla capacità di cambiare registro, rendendosi conto che quel che si faceva prima con i top player non poteva essere replicato. Bisognava cambiare approccio, metodo e chiedere ai giocatori che aveva a disposizione quel che potevano realmente garantire in base alle loro capacità.

Giampaolo non si è calato nel Milan dei big. Per carità, gente del calibro di Donnarumma, Romagnoli, Paquetà, Piatek non è proprio di “seconda fascia”, ma di certo questa squadra non è ancora all’altezza di Napoli e Inter, senza scomodare la Juve. Il primo approccio del nuovo allenatore dovrà essere improntato sulla capacità di analizzare ogni singolo giocatore in rosa per poterlo mettere in condizione di rendere al meglio delle sue possibilità, senza sperimentare troppi cambi di ruolo e pretendere che chi sa fare 10-12 gol a stagione ne possa improvvisamente fare il doppio. Solo a piccoli passi, senza porsi obiettivi faraonici (bene ieri la dialettica in conferenza stampa), si potranno riconquistare posizioni e colmare il gap.




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