Milan, storia di un allenatore supportato sempre a metà

Milan, storia di un allenatore supportato sempre a metà


Se la stagione attuale fosse un film e se dovessimo trovargli un titolo, dopo il risultato di ieri sera contro il Carpi, quello più idoneo sarebbe “Road to Rome”. Alessandria o Spezia permettendo, i ragazzi approderanno alla finale di Coppa Italia che non vede giocare il Milan dal lontano e vincente 2003 targato Carlo Ancelotti. Dato che saremo a Roma, chissà che non ci scappi una gita in quel del Vaticano. Una visitina a Papa Francesco e una sua benedizione, potrebbero fare si che la dea bendata sia maggiormente clemente con la compagine rossonera. Tornando a ieri sera, il Carpi è stata davvero poca cosa. Ma non è tempo di puntualizzare cosa abbia facilitato l’approccio del Milan alla partita, godiamocelo senza troppe paturnie.

I primi 45 minuti hanno infatti visto una squadra tonica e determinata a portare a casa il risultato. Scambi, triangolazioni e verticalizzazioni efficaci, hanno dimostrato, come alcune partite come quella contro la Lazio, che il gioco è stato loro dato. E che se spesso questo non viene riprodotto in campo, poche sono le colpe dell’allenatore rossonero tanto bistrattato dai media e dallo stesso Milan. I continui appelli e le numerose dichiarazioni dei giocatori a favore di Sinisa Mihajlovic, sono la migliore dimostrazione che il problema non risieda in panchina. Da tanto tempo non si vedeva la squadra rossonera, così vicina al suo allenatore. Allegri, Seedorf e lo stesso Inzaghi che aveva giocato con loro fino a pochi mesi prima, non hanno ricevuto tanti attestati di stima e coesione. Ma al Milan le cose girano a loro modo da un po’ di anni. Spesso a cazzotti con la logica e l’interesse dello stesso Milan, si è definitivamente perso quella forza societaria della quale ci vantavamo tutti e che veniva riconosciuta da tutto il mondo come dimostrazione di grandezza calcistica.

Una domanda sorge però spontanea. Come fa una società tra le più solide e più prestigiose, riconosciuta da tutti come regina della comunicazione mediatica, a diventare una slot machine di gaffes, brutte figure, e decisioni senza senso? Appellarsi all’età del Presidente e alla sua non più brillante capacità di decidere, bene trall’altro, in cinque minuti, è fin troppo facile. Ci sono caduto anche io, lo confesso. Ma poi ho pensato che ci sono parecchie aziende che, nonostante il ricambio ai vertici presidenziali per questioni anagrafiche, continuano ad essere leader del loro mercato. Non solo quello calcistico. E allora , in questi giorni di guerra aperta e ingiustificata  al sergente Mihajlovic, mi sono fermato a riflettere sulle stagioni post Carlo Ancelotti. Ci crederete o no, ho elaborato una mia teoria che vorrei condividere con tutti voi che come me soffrite per questa situazione. Dopo l’addio di Carletto appunto, gli allenatori che si sono susseguiti sono stati, chi per un modo che per un altro, molto diversi tra di loro.  Pensiero calcistico, rapporto con lo spogliatoio e con relazione con i media, sono alcuni dei punti che li differenziavano parecchio tra di loro. Ma in verità sono stati uniti, così come lo è con Sinisa, da un solo unico denominatore. Tutti, ad esclusione di nessuno, non hanno mai e poi mai ottenuto il consenso e il supporto di entrambe le “forze” societarie, Adriano Galliani e Silvio Berlusconi.

Massimiliano Allegri è stato appoggiato dall’amministratore delegato, mentre il Presidente lo etichettò 15 minuti dopo averlo conosciuto. Il “suggerimento” a tagliarsi i capelli, non è certo stato un welcome dei quali ricordarsi con orgoglio. Le frecciatine e le continue critiche, sono storia di questo campionato. Clarence Seedorf fu invece idea di Berlusconi. Stimato senza limiti dal Presidente, caso volle, che subì una delle più vergognose azioni di screditamento da parte dell’opposizione ben schierata in tutti i sensi. Non voglio ritornare sui singoli passaggi, ma ad oggi è sicuramente una delle pagine più nere e tristi della storia rossonera. L’epilogo lo conoscete tutti, cosi’ come il nome dell’inquilino del bagagliaio. Quello della macchina piena di dossier, compilati sotto dettatura dai giocatori che a mio parere farebbero fatica a firmare semplici autografi. Caspita, adesso che ci penso ecco perché non scesero dal pulman per firmarli ai tifosi presentatesi a Casa Milan. Ma nonostante questo blitz e soprattutto dopo aver scritto la storia del Milan a suon di goal, neppure Filippo Inzaghi è riuscito a metterli d’accordo. Protetto da Adriano Galliani, non ha ricevuto lo stesso trattamento da parte di Berlusconi. Il triste trascinarsi a fine stagione con Pippo speranzoso, al limite dell’umiliazione, di poter continuare, è anch’esso storia contemporanea.

Oggi accade esattamente lo stesso. Con un Sinisa Mihajlovic supportato da spogliatoio e gran parte dei tifosi, le uniche preoccupazioni societarie sono focalizzate al cambio panchina. Se da un lato, l’arrivo di Antonio Conte, da me considerato una prima scelta l’estate scorsa, potrebbe avere una logica  seppur singolare,gl ialtri nomi accostati alla panchina rossonera sono da brividi. Sia Marcello Lippi che l’ex CT Prandelli, avvoltoi seduti sul trespolo delle disgrazie altrui,  risulterebbero indigesti a gran parte della tifoseria.  Ma anche qui, ecco il denominatore comune ricomparire nuovamente. Lippi piace a uno, ma non fa impazzire l’altro. Prandelli forse non piace a nessuno dei due, ma qualcuno dovranno pur prendere senza che si azzardi a dire che tre quarti della rosa è da buttare. La ricostruzione delle squadre parte dalla base e questa base è quasi sempre l’allenatore. Metterlo in dubbio, in difficoltà sin da subito e alla porta già a metà stagione, fa si che il nodo non arrivi mai alla campagna acquisti.  Distratti dalla roulette russa della guida tecnica e dal nome del prossimo allenatore, non ci sarà tempo per il tifoso di capire che ancora un anno passerà senza che nulla cambi.

A distanza di anni, ovvero dopo la partenza della coppia Silva-Ibra, nessun passo avanti è stato compiuto. Quando accidentalmente questo è accaduto, vedi Seedorf e i suoi 35 punti nel girone di ritorno, il tutto è stato prontamente affossato quasi con fastidio. Noto lo stesso atteggiamento nei confronti di Sinisa e questo mi preoccupa parecchio. Non ci troviamo di fronte a Herrera o Nereo Rocco, sia chiaro. Ma il suo lavoro necessita fiducia e lo spogliatoio lo dimostra. Mentre i tifosi discutono di chi siano le colpe dell’ennesima stagione fallimentare, il sergente va per la sua strada. Lui, uomo che ha vissuto la guerra, non si fa intimidire da giornalisti ai quali è stato passato il pizzino dal quale prendere spunto. Sa che la conferma passa dai risultati e forse forse l’ha capito anche la squadra. Le prossime partite lo dimostreranno e la potenziale vittoria della Coppa Italia, metterebbe molti in difficoltà.  Anche io, come Sinisa, sento puzza di una stagnante aria intorno a Milanello. Aria di chi gufa che tutto vada male, affinchè si debba cambiare.  Il famoso “Cambiare, affinchè nulla realmente cambi”.

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