Li armiamo, ma ci indigniamo

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Un gesto che ha fatto clamore. Finendo nel mirino di tutti. Ma il rossonero Hakan Calhanoglu (e con lui tutti i compagni di Nazionale) non ha fatto e non farà alcun passo indietro dopo il saluto militare che ha festeggiato il gol-vittoria della Turchia sull’Albania: “E’ stata molto più di una semplice partita di calcio: una vittoria molto emozionante e importante per il nostro Paese! Sono orgoglioso e grato”. Il gesto di omaggio alle forze armate turche, impegnate in queste ore in un’offensiva nelle zone della Siria del Nord occupate dai curdi, è stato postato sui profili social della Nazionale.

Purtroppo ad oggi l’indignazione italiana non va di pari passo con una presa di posizione del Governo, auspicata da più parti. Se Francia e Germania (insieme a Olanda, Norvegia e Finlandia) hanno annunciato lo stop alle armi alla Turchia di Erdogan, altrettanto non è ancora avvenuto da parte dell’Italia. I motivi? Vanno ricercato in due ambiti: sociale e commerciale.

Basti pensare che tre anni fa, durante la grande crisi dei migranti scaturita dalla guerra civile in Siria, l’Europa promise sei miliardi di euro ad Ankara affinché contenesse i rifugiati dentro i propri confini. Oggi Erdogan ne chiede altri tre per gestire una nuova ondata. Insomma, un “ricatto” che, se non trattato e accettato, vedrebbe l’Italia crocevia naturale di un traffico di disperati. Dall’altra parte, c’è da considerare che l’Unione Europea è il primo mercato di sbocco dei prodotti provenienti dalla Turchia (il 42% dell’export di Ankara è destinato ai Paesi del Vecchio Continente). Il legame con l’Italia è fortissimo: ai turchi vendiamo soprattutto armi: 890 milioni di euro dal 2014, 360 milioni solo l’anno scorso, secondo un rapporto del Sipri.

C’è una forte ambiguità nell’affrontare questi rapporti. Un altro esempio lampante è la questione di Cipro, divisa dal 1974 tra la Repubblica greco-cipriota del Sud, che fa parte dell’Unione Europea, e lo Stato del Nord, zona turca non riconosciuta dalla comunità internazionale. Nei mesi scorsi la Turchia ha annunciato trivellazioni a Nord-Est dell’isola, rivendicando la sovranità sulle acque territoriali contese. Le compagnie Total ed Eni (quindi Francia e Italia) hanno licenze operative nella zona, ma nei palazzi di Bruxelles non c’è intesa sull’imposizione di sanzioni ad un alleato così strategico per i motivi qui elencati. Sarebbe quindi opportuno uscire dall’ambiguità, a tutti i livelli. Anche calcistico. L’Uefa imporrà sanzioni alla Nazionale di Calhanoglu? Per ora c’è una vaga dichiarazione di un portavoce dell’organizzazione calcistica europea. La sensazione è che ci fermeremo a questa. Con buona pace di tutti.

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