Max, quello che non capiva

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Fieri, sì. Siamo fieri di trovarci qui, con 3 punti sul Napoli e 5 sull’Inter all’indomani di un derby dove, diciamoci la verità, la vedevamo veramente grigia. Anche i bookmakers avevano raccolto un malessere rossonero diffuso, a tal punto da favorire, seppur di pochissimo, la vittoria nerazzurra. E come dar loro torto, dopo un Palermo-Milan da tregenda e un Inter-Lecce brutto, ma pur sempre vincente per gli uomini di Leonardo? Eppure, in tutto questo, pur scossi, pur pessimisti, pur impauriti dal solo pensiero di venire scavalcati a 7 giornate dalla fine, c’è sempre stata una posizione ferma, inequivocabile, che la redazione da me diretta ha sostenuto con forza dalla sua composizione: la fiducia in Massimiliano Allegri.

Facile dirlo ora“, dirà qualcuno. Ebbene, sfido tutti i nostri utenti e fan di Facebook, che vanno aumentando giorno dopo giorno, a risalire ad una sola dichiarazione irrimediabilmente disfattista nei confronti dell’allenatore livornese. Schivo, molto timido, ma anche molto schietto ed estremamente preparato, il soprannome “Conte Max” gli calza a pennello, perché unisce il nobile aplombe ad una forza caratteriale che riesce, spesso e volentieri, a tirare fuori il massimo dai suoi giocatori. Basti pensare a Lazzari lo scorso anno, basti pensare a Gattuso quest’anno: un giocatore “già in Grecia“, come si era autodefinito a inizio stagione e che, invece, è riuscito a regalarsi e a regalarci una stagione da “tempi d’oro”.

Tuttavia, fosse solo in grado di inorgoglire la propria truppa, Allegri sarebbe paragonabile a un qualsivoglia Leonardo, in grado di temprare giocatori come Ronaldinho e Antonini e di far riemergere i nerazzurri pluricampioni, apparentemente bolliti. Invece Massimiliano è molto di più: venuto da Cagliari con quel ciuffo spettinato e con quell’aria tra il vago e l’indefinito, è riuscito laddove nessuno avrebbe mai pensato, ovvero a portare una nuova mentalità, una nuova filosofia, un nuovo prolifico (finora) progetto. Quella “Linea Maginot” in mediana, come la definii tempo addietro su Sportmediaset, è stato il primo segno di un Milan che stava cambiando e che avrebbe presto trovato la sua sublimazione nella figura di Boateng trequartista.

Pensiamo, infatti, alle migliori partite in campionato di quest’anno: il 3-0 a Bologna, il 3-0 col Brescia, il 3-0 nel derby. Stesso risultato, stessa posizione di Prince: talvolta alle spalle di Ibrahimovic e Robinho, talvolta in appoggio ad un tandem completamente verdeoro formato dall’ex City con Pato. Per non parlare, poi, dell’exploit di Ignazio Abate, dettato dalla fiducia che Allegri, anche nei momenti più bui, ha voluto comunque garantire all’ex Torino. Certo, sarebbe da ciechi non attribuire a Ibra l’importanza che ha ricoperto fino ad oggi, ma va anche detto che il suo inizio di stagione stellare è servito al tecnico più che altro per scoprire meglio l’ambiente rossonero e per studiarne i giusti automatismi. Come dire: “Mentre elaboro, risolvimi tu le partite…“.

Ma poi è arrivata l’espulsione col Bari, è arrivato il derby e il “Conte”, in due settimane, ha superato a pienissimi voti il suo esame di maturità. Mancano ancora sette partite, è vero, ma quel che doveva dimostrare ai tifosi, ai giocatori (che lo adorano) e alla società (che lo stima) lo ha già dimostrato. E menomale che “non capiva“…

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