ESCLUSIVA – EMILIO DE LEO (ALLENATORE): “IN CHAMPIONS IL NAPOLI DOVRA’ AVERE BUONA FISICITA’ NEL GIOCO AEREO, 1V1 E SULLE SECONDE PALLE”

ESCLUSIVA – EMILIO DE LEO (ALLENATORE): “IN CHAMPIONS IL NAPOLI DOVRA’ AVERE BUONA FISICITA’ NEL GIOCO AEREO, 1V1 E SULLE SECONDE PALLE”


ESCLUSIVA – EMILIO DE LEO (ALLENATORE): “IN CHAMPIONS IL NAPOLI DOVRA’ AVERE BUONA FISICITA’ NEL GIOCO AEREO, 1V1 E SULLE SECONDE PALLE”

“Nel viaggio l’importante non è sempre la meta, l’importante è il viaggio stesso ed il suo percorso. Le emozioni, le sensazioni, gli incontri, gli amici, le lacrime, i sacrifici, i ricordi ed i diari vissuti sulla nostra strada…”. Con questo principio ispiratore, tratto da un testo di un noto autore, si apre il profilo web di un giovanissimo allenatore, Emilio De Leo, originario di Cava dei Tirreni ma cittadino del mondo. Soli 32 anni per questo ragazzo, ma tanta personalità ed esperienza maturate nel corso del tempo in Italia e all’estero. Un giovane umile, semplice, che già ha assaporato il gusto dei  primi successi – convinto che non si finisca mai di imparare in un mestiere come quello del ‘coach’ –  e che ha già collaborato con personalità di spicco a livello internazionale. E proprio lui ha voluto abbandonarsi ad una lunga chiacchierata, in esclusiva per la nostra testata ‘PianetAzzurro’, toccando gli argomenti più svariati e dando qualche consiglio tecnico-tattico  agli azzurri del Napoli.

Da quel che leggo lei ha fatto tantissime cose, eppure ha solo trent’anni. Dunque, ha studiato molto ed è animato da una profonda passione per quello che fa. Nel momento in cui ha iniziato, però, ha sempre pensato che questo sarebbe stato il suo lavoro primario o ha avuto qualche momento di smarrimento?

“Credo che lavorare nel mondo del calcio implichi di per sé la consapevolezza di una certa precarietà che va superata proprio in virtù della passione che rappresenta il vero motore trainante. Sinceramente all’inizio non guardavo troppo avanti, spinto dal desiderio di migliorare, imparare nuove nozioni e confrontarmi con ambienti sempre più professionali ed ovviamente esigenti. E’ stata la curiosità e la volontà  di mettere sempre in discussione le mie convinzioni a far sì che giorno dopo giorno  un mio grande hobby si tramutasse in una professione. Fare di una grande passione il proprio lavoro non è facile, ma ti gratifica e ti dà la forza di procedere anche nei momenti in cui sembra che le cose non girino per il verso giusto.”

 

Il suo percorso avrà sicuramente comportato anche il dover sacrificarsi nella quotidianità. Certo, la sua vita non è stata fino ad ora quella svolta da un ragazzo che non ha avuto i suoi stessi impegni. Ogni tanto le ha pesato il doversi privare di determinate abitudini pur di raggiungere il suo obiettivo?

“I sacrifici sono necessari sempre, come talune inevitabili rinunce. Ovviamente il nostro ruolo richiede un elevato senso di responsabilità ed a mio avviso uno stile di vita senza eccessi che sia da esempio e da punto di riferimento per i giovani. Porsi in questo modo dall’età di venti anni circa (quando è iniziato il mio lavoro) ha significato una crescita personale, prima che tecnica, probabilmente precoce, ma sinceramente non mi è assolutamente pesato ed anzi mi ritengo fortunato per aver compreso presto quale fosse stata la strada da percorrere  in grado di consentirmi di esprimere al meglio le mie capacità ed attitudini.”

 

Lei ha allenato le giovanili (giovanissimi, miniallievi, allievi, berretti) della Cavese e della Nocerina. Quale  ricorda con maggior affetto?

“Ricordo con grande affetto entrambe le esperienze che mi hanno arricchito tanto da un punto di vista umano prima e professionale poi, abbracciando un lungo arco di tempo dalla stagione 2004-2005 a quella 2009-2010. In quegli anni si è creata una forte empatia con i ragazzi che ci ha consentito di lavorare in modo sempre leale e proficuo. Abbiamo ottenuto traguardi importanti, valorizzando tanti giovani calciatori,  raggiungendo titoli e vittorie prestigiose, adottando metodologie di lavoro che si rinnovavano anno dopo anno con una efficacia ed un coinvolgimento sempre crescenti.”

 

Ricorre l’anno 2007 e la  S.S.C Cavese 1919, categ. Allievi Professionisti di serie C, diventa campione d’Italia. Le prime sensazioni da lei provate in quel momento?

“A Cava avevamo programmato un lavoro che consisteva nel portare avanti il medesimo gruppo (quello dei calciatori nati nel 1990-1991) dalla categoria giovanissimi a quella berretti e che fosse culminato nell’esordio in prima squadra tra i professionisti  dei ragazzi alla fine o nel corso del quadriennio di attività. Giorno dopo giorno, stagione dopo stagione, i calciatori sono maturati acquisendo l’esperienza, le abilità tecniche e caratteriali che ci eravamo prefissati all’inizio. Nel corso del “nostro viaggio” abbiamo avuto il merito e la fortuna di vivere una gioia indescrivibile, la vittoria dello scudetto di categoria.  Le tante vittorie, i record, ma soprattutto le sconfitte, ripeto soprattutto le sconfitte (poche ma fondamentali in qualsiasi momento di crescita e di maturazione) hanno contribuito a darci quella incredibile soddisfazione il 15 giugno del 2007 a Notaresco (Te) in Abruzzo del titolo nazionale.

Quando si raggiunge un traguardo prestigioso ci si guarda indietro e si comprende che il modo di lavorare è stato quello giusto ed i tanti sacrifici fatti sembra che finalmente abbiano un senso.”

 

Lei ha anche collaborato con la Fiorentina, col Manchester City e col Banik Ostrava. Cosa le è rimasto di ciascuna esperienza?

“Parliamo di collaborazioni tecniche ancora in atto che continuano ad arricchirmi tantissimo. Qualsiasi esperienza risulta essere determinante per la propria crescita. Posso dirle che in primo luogo ci si rende conto quanto sia importante la preparazione e la cultura tattica a certi livelli. Se si ha una base solida, in qualsiasi realtà ci si trovi ad operare si parla la stessa lingua. Il lavoro con la Fiorentina mi ha portato nella scorsa stagione in Canada, dove ho potuto constatare il credito che hanno i tecnici italiani all’estero, l’entusiasmo e la grande voglia d’imparare che esiste nei paesi nordamericani. Ottime le strutture e gli spazi dedicati all’attività fisica, un  ambiente rasserenante e notevoli potenzialità, a mio avviso, ancora tutte da esprimere. Ho dovuto confrontarmi con una cultura ed un lingua differenti (in particolar modo nella conduzione delle sedute di allenamento) determinanti per la mia ulteriore crescita professionale.

Al Manchester City l’elemento determinante è rappresentato dalla capacità di gestione e dalla necessità di creare una mentalità vincente che possa palesarsi nella Premier ed in campo internazionale. Si mira a dare al gruppo ed all’ambiente la consapevolezza dei propri mezzi e della propria forza. Da questo punto di vista la collaborazione ed il confronto con personalità del calibro di Roberto Mancini, David Platt, Fausto Salsano e degli altri componenti dello staff tecnico hanno rappresentato e continuano a rappresentare per me un’esperienza impagabile.

In Repubblica Ceca, al Banik Ostrava con il tecnico Karol Marko il tentativo è quello di cambiare filosofia in termini di organizzazione del lavoro all’interno delle sedute di allenamento e di approccio alle gare, arricchendo la cultura tattica dei calciatori e dei componenti dello staff. Si chiede di dedicare maggiore attenzione alla cura dei particolari tattici e dei dettagli strategici.”

 

Lei si occupa tanto di studi dedicati al calcio internazionale, quali le differenze riscontrate nei suoi report?

“Cerco di trarre il meglio da ciascun confronto o da ogni momento di osservazione, indipendentemente dal paese e dal campionato oggetto dei miei approfondimenti.

Quest’anno ho iniziato a sviluppare una diversa metodologia di lavoro che trae spunto dalla “periodizzazione tattica” fondata sulla struttura portoghese ed avente ad oggetto le esercitazioni funzionali ed i giochi di posizione tipici della cultura spagnola. In tal senso determinante è stato il confronto con esperti iberici quali Bruno Oliveira e Pedro Marques. Il primo  biografo e collaboratore di Mourinho, oggi è l’allenatore in seconda dell’ex centrocampista di Juve e Parma, Paulo Sousa). Pedro Marques, invece, (ex esperto informatico allo Sporting Lisbona) è l’attuale responsabile della match analysis  del Manchester City.

Riguardo alle differenze, credo che ce ne siano soprattutto da un punto di vista filosofico e sociologico. In Inghilterra come anche in Spagna ed in Portogallo, il calcio non è identificato unicamente con il risultato numerico finale. In Premier la partita è una battaglia senza esclusione di colpi che ha come suo senso il rispetto delle regole e della lealtà sportiva. Nella Liga spagnola ed in quella portoghese, la gara è una manifestazione estetica, che deve essere gradevole e tutta da gustare. In Italia c’è un equilibrio ed una cultura tecnico-tattica difficilmente riscontrabili in altri campionati, ma allo stesso tempo, è evidente l’esasperazione “sociale” di ciascuna contesa e quanto si subisca l’ansia del risultato. Lo score finale è spesso l’unico fattore per giudicare l’operato di una società o di un tecnico. Purtroppo da noi la vittoria  è sollievo, negli altri campionati europei la vittoria è gioia…”

 

Qual è la squadra europea a livello tattico che preferisce?

“Da un punto di vista tecnico e come spettatore non posso che rispondere il Barcellona.

Devo, tuttavia, aggiungere che  apprezzo e dedico tanto tempo ad analizzare altre peculiarità specifiche dei top team e dei rispettivi allenatori, non soltanto caratteristiche di natura tecnico-tattica.

Le cito come oggetto delle mie analisi “la personalità internazionale” che Alex Ferguson ha saputo dare al suo Manchester United, o ancora  “la sapiente capacità di allevare talenti” di Arsen Wenger tecnico dell’Arsenal  o “l’abilità” di Josè Mourinho nel dare determinazione e convergenza di obiettivi tecnici e psicologici ai propri calciatori. E’ fondamentale maturare uno spirito di osservazione critico, sapendo cogliere il meglio da ciascuno, senza alcun pregiudizio conservativo.”

 

Pregi e difetti – se si riescono a trovare – di una squadra praticamente perfetta come il Barcellona?

“Naturalmente ciò che colpisce del Barcellona è la fluidità e la maestria del suo possesso palla. Esso è basato sulla occupazione di spazi e posizioni che avviene con movimenti preordinati grazie ai quali la palla corre e viaggia all’interno di sponde e vertici creati per dare sempre sostegni ed appoggi ai possessori che hanno sempre svariate opzioni di “passaggio al corpo”.

La fase di possesso del Barca ha come obiettivo quello di muovere la sfera con personalità. Nel momento in cui cala l’attenzione degli avversari,  ipnotizzati dal tiki tak degli spagnoli, si tenta  la trasmissione della palla negli interspazi tra difensori o alle spalle della linea avversaria in zona cieca o, in alternativa, si cerca la penetrazione centrale con giocate in dai e vai e dai e segui.

La fase di non possesso è caratterizzata dalle transizioni negative operate dagli uomini di Guardiola, abili a cacciare e riconquistare immediatamente la palla quando essa viene persa.

Sinceramente trovare difetti in un meccanismo tanto perfetto risulta impresa difficile e forse irrispettosa.

Ciò nonostante, non mi sottraggo alla domanda, dicendo in primo luogo che in fase difensiva  si potrebbe mirare ad essere aggressivi in zona di centrocampo (laddove viene dato ritmo al possesso palla blaugrana) e creare una densità difensiva nei pressi del limite dell’area di rigore (laddove avvengono le penetrazioni ed accelerazioni degli spagnoli). E’ determinante evitare di abbassare eccessivamente il proprio baricentro e non lasciare tempo e spazio ai blaugrana di tessere la propria fitta tela di passaggi. Sarebbe fondamentale poi la fase di transizione positiva che dovrebbe essere caratterizzata da immediate ripartenze sul lato debole o da celeri aggressioni della profondità  (prima che la loro linea difensiva si organizzi).”

 

Finale di Champions League, vincono i blaugrana: perché? Sono davvero così superiori al Manchester United o Ferguson ha potuto sbagliare qualcosa?

“Io credo che il Barcellona attuale sia davvero superiore a tutti. Detto questo, da osservatore e con estrema umiltà, in occasione della Finale di Wembley non ho individuato una strategia tattica ben precisa adottata dagli uomini di Ferguson.

Nei primi minuti, infatti, hanno optato per  un pressing ultraoffensivo, per poi arretrare eccessivamente il baricentro della squadra, calando colpevolmente l’aggressività sui possessori palla del Barca. Le  distanze tra i reparti sono apparse eccessive  e le ripartenze non sono state efficaci come in passato. Ma probabilmente contrastare quel Barcellona sarebbe stata impresa ardua con qualsiasi piano tattico preordinato.”

 

Il campionato italiano quest’anno è stato un po’ mediocre, ma ha visto emergere due squadre che ne hanno rappresentato la rivelazione: Udinese e Napoli. Le caratteristiche tattiche di entrambe?

“Malgrado una leggera differenza tattica tra i due schieramenti (il Napoli ha giocato con il sistema di gioco 3-4-2-1, mentre l’Udinese con il 3-5-2) ci sono tante similitudini tra le due formazioni.

Entrambe le compagini hanno adottato  una linea difensiva a 3 che ha garantito grande ampiezza in fase di costruzione ed una concentrazione  difensiva centrale estremamente efficace in fase di non possesso  ma, soprattutto, hanno sfruttato al massimo l’entusiasmo di gruppi ambiziosi costituiti da calciatori umili, con grande capacità di sacrificio e voglia di emergere.

Sia il Napoli che l’Udinese hanno poi beneficiato dell’imprevedibilità e dell’assoluta qualità tecnica dei rispettivi reparti offensivi oltre che di una estrema capacità di ribaltare il gioco con letali transizioni positive.

Il Napoli, dopo l’uscita difensiva che chiamava in causa i 3 difensori, cercava di guadagnare l’ampiezza  spostando di continuo il fronte attraverso cambi gioco dei quali erano beneficiari i due esterni di centrocampo, Dossena a sinistra e Maggio a destra. Quest’ultimi erano lesti a cercare il cross ad aggirare le linee difensive avversarie oppure optavano per la giocata verticale sulla corsa a favore degli inserimenti di Lavezzi o di Hamsik. I due ¾ partenopei laddove non potevano concludere in prima persona, giunti sul fondo rifinivano in direzione dell’aggressione del primo palo da parte di Cavani o dei rimorchi dei centrocampisti.

Dal canto suo la squadra di Guidolin ha mostrato un gioco meno articolato che, dopo aver destabilizzato la pressione avversaria grazie al buon possesso palla dei 3 difensori coadiuvati dai 5 centrocampisti che spesso riuscivano a creare superiorità numerica in fase di uscita e costruzione, ricercava  la  rifinitura con immediate verticalizzazioni nello spazio a vantaggio degli inserimenti dei suoi velocissimi attaccanti, su tutti Di Natale e Sanchez. Anche nel 3-5-2 dell’Udinese fondamentale è stato il lavoro svolto sulle corsie esterne da atleti di grande abilità fisica e tattica quali Armero a sinistra ed Isla a destra.

Il baricentro della squadra in fase difensiva era leggermente più basso di quello del Napoli, al fine di lasciarsi più campo da attaccare appena veniva riconquistata la sfera. La presenza di un centrocampista in più nell’assetto rispetto agli azzurri, ha consentito ai friulani di avere una maggiore compattezza nella zona nevralgica del campo, tornata utile in particolar modo negli scontri d’alta classifica (dove era necessario in primo luogo sostenere l’impatto avversario) che gli uomini di Guidolin, a differenza dei partenopei, hanno spesso concluso con il successo.

Quindi nel caso dell’Udinese direi un manovra meno complessa con poche linee di passaggio quasi sempre verticali e dunque meno rischi in fase di transizione.”

 

Nella prossima stagione i partenopei saranno impegnati su più fronti. Cosa – ed eventualmente chi – consiglierebbe loro per migliorare nell’ organico?

“Credo che il Napoli dovrà necessariamente rinfoltire la rosa, provando, ove possibile, ad innalzare la qualità tecnica del gruppo inserendo calciatori soprattutto che abbiano personalità ed una buona dose di esperienza internazionale (un esempio significativo è stato l’acquisto a parametro zero di Van Bommel da parte del Milan). I nuovi arrivi avranno il compito di aiutare i più giovani  a gestire le emozioni ed i momenti difficili, capacità mancata nel corso dell’ultima stagione soprattutto in occasione degli scontri diretti. Sotto il profilo strettamente tecnico è necessario che abbiano una buona fisicità nell’1v1, nel gioco aereo e sulle seconde palle (elementi fondamentali in campo internazionale).”

 

Mazzarri sta puntando sempre sul 3-4-2-1. In relazione agli assetti tattici delle avversarie europee che il Napoli potrebbe incontrare nel suo percorso in Champions League, non occorrerebbe una maggior duttilità e quindi un utilizzo di più moduli a seconda della gara?

“Sono dell’avviso che possono essere utili alcuni correttivi ed accorgimenti da attuare a seconda dell’avversario da affrontare, ma non bisogna mai snaturarsi. La forza del Napoli è stata rappresentata dall’ equilibrio tattico raggiunto con il sistema di gioco 3-4-2-1. Indubbiamente esistono delle incognite nell’ applicazione di tale modulo a livello internazionale. Da un punto di vista statistico, la difesa a tre nell’ultimo decennio non ha pagato in Champions (bisognerebbe risalire ai tempi del 3-3-1-3 dell’ Ajax di Van Gaal o del 3-4-3 del Real Madrid di Del Bosque), ma ripeto,  l’elemento fondamentale in campo europeo è rappresentato dalla capacità di fare la partita e di esprimere personalità soprattutto fuori dalle mura casalinghe. Per tale ragione occorre che la squadra rafforzi i suoi punti di forza, in grado di dare sicurezza e consapevolezza nei propri mezzi, senza cambiare in modo radicale principi ed idee di gioco.

A tal fine la società e lo staff tecnico non dovranno badare unicamente a rinforzare tecnicamente il gruppo (fattore sicuramente sul quale bisognerà operare in sede di mercato),  ma avranno il compito di consolidare la propria organizzazione tattica facendo ancor più leva su due aspetti imprescindibili, lo spirito di sacrificio del gruppo e le motivazioni individuali.”

 

Ambizione e grandi traguardi da raggiungere, come immagina il suo futuro e dove vuole arrivare?

“Per la prossima stagione sicuramente continuerò la mia attività di autore e scrittore, le collaborazioni ed il lavoro di consulente tecnico-tattico in Italia ed all’estero, ma spero allo stesso tempo di trovare la realtà giusta che mi consenta di mettere in pratica in prima persona le mie idee ed il mio protocollo metodologico. Il mio auspicio è quello di poter fissare degli obiettivi a medio-lungo termine con una società ambiziosa con la quale creare una forte sintonia operativa. Mi auguro di raggiungere le mete che sogno e che credo di meritare, godendomi sempre lo splendido viaggio che da oltre dieci anni sto percorrendo.”

 

a cura di  Maria Grazia De Chiara

 

 

 

 

 

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fonte: pianetazzurro.it




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