31 maggio 2003, la festa che nessuno può dimenticare

31 maggio 2003, la festa che nessuno può dimenticare


Reduci dalla grandiosa e storica vittoria a Manchester, tre giorni più tardi il Milan è chiamato a chiudere la stagione più bella dal 1994 conquistando l’unico trofeo mancante nella bacheca Berlusconi: la Coppa Italia. I rossonero ricorderanno quei tre giorni come i giorni più belli, da trofeo a trofeo, da festa a festa. Sul tetto d’Europa, ma anche un po’ dell’Italia. Omaggiamo quell’indelebile ricordo con un bellissimo articolo d’attesa di Alessandro Pasini per il Corriere, scritto e pubblicato a poche ore dalla grande serata del “Meazza”, il 31 maggio 2003.

Da un’ autoradio esce l’ inno della Champions League; appesi ai cancelli i tifosi scamiciati chiedono (e ottengono) di vedere da vicino la Coppa dei sogni; persino Chamot, quando arriva, è assalito come fosse Shevchenko. Dicono che sia la vigilia della finale di Coppa Italia (trofeo mai vinto nell’ era berlusconiana) ma qui, in questo angolo di Milanshire, è ancora Manchester, festa mobile, sorrisi che faticano a scomparire, preoccupazioni che non riescono proprio ad arrivare: «La formazione? La decideremo dopo la prova del palloncino», sorride Carlo Ancelotti dopo aver spiegato che «in porta andrà sicuramente Abbiati, se ha smaltito l’ alcol». Il fatto è che a questo punto risulta difficile dare un senso tecnico a una partita che già, dopo il 4-1 dell’ Olimpico, ne aveva poco. E se da Roma un Fabio Capello sempre più acido e provocatorio verso Sensi («Noi amanti? Preferirei qualcosa di più giovane. E per il futuro vorrei Beckham…») fa sapere di voler cancellare un «risultato ingiusto che ci è restato sul gozzo», il problema principale del Milan è invitare, via Internet, il pubblico presente stasera a San Siro «a non abbandonare lo stadio immediatamente dopo la fine della gara».

Si parla infatti di «numerose sorprese» per ringraziare i fan e a ieri erano già stati venduti oltre 63 mila biglietti. Così, poco prima che la squadra cominci a preparare gli schemi della festa con la foto ufficiale assieme alla Coppa dei Campioni e una seduta di allenamento a porte aperte, Carlo Ancelotti – più tranquillo e satollo che mai – liquida il match con la Roma in una frase («Vogliamo la ciliegina sulla torta, l’ entusiasmo ci aiuterà a rendere completa la gioia») e torna su alcuni argomenti di scottante attualità. Primo fra tutti il colore dei suoi capelli, che, colpo di scena, è ancora identico a prima della finale di mercoledì. Doveva farsi biondo. O ha cambiato idea o il parrucchiere era chiuso: «Ma domani (oggi, ndr) vedrete qualcosa». Vedremo. L’ altro tema che conta, naturalmente, è sempre quello della famosa rivincita dell’ ex uomo chiamato sconfitta. Il tecnico chiarisce allora una volta per tutte: «Questo successo mi ripaga di tutte le delusioni, e dico tutte. I titoli dei giornali che ora mi esaltano? Ci vuole equilibrio in tutto, nell’ accettare le critiche esagerate e nel controllare gli eccessi». Tanto poi, aggiunge vagamente rassegnato, «so che dopo le vacanze, se si perderà qualche partita, le critiche risalteranno fuori».

Sarà allora che gli ritornerà utile questa Champions, «qualcosa di solido cui aggrapparsi in caso di difficoltà». Tutt’ altro che obnubilato dal successo, Ancelotti conserva il pudore dei sentimenti («L’ immagine più bella di mercoledì? In via ufficiale, la gioia dei giocatori. In via ufficiosa, non ve lo dico») e lo stesso spirito di corpo che lo ha portato a schierarsi prima con l’ ipercriticato Cuper e ora con il depresso Lippi: «Lui perdente di Coppa? Luoghi comuni. Lippi ha fatto quattro finali e anche se ne ha perse tre io vorrei essere come lui. Ferguson e Wenger stanno molto peggio… Purtroppo noi abbiamo questo problema culturale. Ma ci sono lavori ben fatti a prescindere dai risultati. Il ciclo di questo Milan, per esempio, era già cominciato il primo luglio scorso».

Continuerà? Ancelotti ne è certo. Come è certo che «con Sacchi ho parlato e so che preferisce riposare. Vorrà dire che ci incontreremo qualche giorno a Milano Marittima»; che Beckham «è bravo, ma parlare di lui sarebbe scorretto. I giocatori che hanno vinto resteranno»; che Paolo Maldini è da Pallone d’ Oro e «sarebbe ora che voi giornalisti vi svegliaste»; che gli spagnoli rosicanti «hanno un gusto estremo dell’ estetica. Il calcio non è solo attacco e la parata di Buffon su Inzaghi vale come un gol di Ronaldo». Come è certo, infine, che «i più forti d’ Europa siamo noi, senza discussione. L’ abbiamo meritato. L’ anno prossimo se ne riparlerà». Ripartendo da una Coppa. Anzi due.

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