Quando il passato bussa alla porta: da Madrid a San Pietroburgo

La vittoria di ieri sera, in merito alla storia rossonera in Champions League, trova parallelismi con un altro successo: il 3-2 rifilato al Real Madrid di Pellegrini durante la stagione 2009/2010. Quello che scendeva in campo al Bernabeu il 21 ottobre 2009, così come il Diavolo presentatosi meno di 24 ore fa al Petrovskij di San Pietroburgo, era un Milan in cerca di certezze e colmo di insicurezze. E che, sulla carta, avrebbe dovuto atterrare a Malpensa con fratture alle ossa. Invece no. Sta di fatto che le analogie non si fermano qui. E nemmeno al risultato finale, 3-2 per i ragazzi, e al fatto che si giocasse d’ottobre e fuori casa.

Se a risolvere lo scontro con le merengues era stata la promessa del passato, Alexandre Pato, ci ha pensato la promessa del presente a decidere la sfida tenutasi in Russia: Stephan El Shaarawy. Come tre anni fa, bisogna frenare l’entusiasmo dei più ottimisti tifosi, dal momento che si è riusciti a trionfare pur avendo dimostrato di dovere continuare a lavorare e per via di errori commessi dagli avversari. Ma andiamo con ordine. Nella capitale di Spagna, il Milan aveva raccolto il successo nonostante avesse concesso praterie in mezzo al terreno di gioco e avesse Nelson Dida commesso due papere, in occasione delle reti di Raul e Drenthe. Il Diavolo aveva ottenuto i tre punti per via di un Real addirittura peggiore dei rossoneri, che non aveva saputo approfittare della possibilità di dominare a centrocampo, che continuava a sbilanciarsi e che si era fatto tradire da Iker Casillas, colpevole in occasione della rete dell’1-1.

Lo Zenit, in egual maniera del Real Madrid dell’era precedente l’avvento di Mourinho, sta attraversando un periodo di crisi e palesa limiti: basti vedere come i suoi effettivi, anche se guidati da un tattico di valore qual è Luciano Spalletti, non abbiano saputo prevedere lo sviluppo del gioco e dosare le energie. Ma non finisce qui. A Madrid, come già detto, il Milan era passato per via di un’opposizione d’argilla e di un regalo del portiere. A San Pietroburgo, gli uomini di Allegri si sono imposti per via di una punizione deviata dalla barriera e di un’autorete figlia della sfortuna e dell’ingenuita, nonostante El Shaarawy abbia dominato e illuminato il Petrovskij. Ecco allora che nessuno deve fare come i troiani, una volta visto entrare il cavallo di legno nella propria città!

Abbiamo visto quanto il Diavolo non disponga di elementi che sappiano interpretare il 4-2-3-1: dopo un monologo durato mezz’ora, i rossoneri sono incappati in un crollo e alcuni elementi non sono riusciti a prendere in mano la situazione, Montolivo, Bojan ed Emanuelson in primis. Non che Boateng, a parole leader del gruppo, abbia fatto meglio. Ma questa è un’altra faccenda. In Russia come a Madrid, il centrocampo a due ha sul lungo andare stentato a fare filtro, anche se i trequartisti hanno ripiegato con maggiore regolarità rispetto agli interpreti del 4-2-fantasia di Leonardo. E Abbiati, appunto come Dida tre anni fa, ha regalato al Shirokov il gol del momentaneo pareggio. Fortuna che, con un tuffo degno di Benjamin Price, ha nel finale salvato il risultato.

Dobbiamo notare, una volta elencate le similitudini, anche le differenze tra la situazione attuale e quella verificatasi nel 2009. I problemi del Milan post Kakà erano riscontrabili nell’inettitudine di Leonardo che, pur non conoscendo la parola tattica, affidando la fase di interdizione a un solo centrocampista e schierando un centravanti come Huntelaar trequartista di fascia, disponeva però di giocatori capaci di fare la differenza, ancora nel pieno della loro attività e in grado di dire la propria: Thiago Silva, Nesta, Seedorf, Pato, PirloGattuso tra i tanti. Così non è per Allegri, molto più preparato dell’ex tecnico dell’Inter, che deve fare i conti con una squadra smantellata e priva di elementi di prima fascia e con talent scout non in grado di scoprire promesse a basso costo. Riuscirà il nostro Max, grazie alle proprie conoscenze tattiche, nell’impresa di sopperire alle avversità, centrare l’obiettivo terzo posto e regalarci altre serate da urlo?

 

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