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Parole d’ordine: unione. E non scherziamo sulla pelle del Milan

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Il pressing di Galliani a Milanello ha il sapore dell’ultima carta da giocare per provare a salvare la panchina di Inzaghi. Il messaggio di queste visite ravvicinate con riunioni plenarie di tutto lo staff è chiaro: “Solo uniti si può uscire dalle difficoltà”. Ovviamente l’unità a cui ci si riferisce non è tanto, o meglio, non è solo la coesione della squadra intesa come i giocatori.

L’unità di intenti da ritrovare “in primis” è all’interno dello staff tecnico/atletico. Senza scendere nei particolari di “dibattiti” sulle sostituzioni o divergenze nelle scelte tecniche, non è un mistero che le riunioni programmatiche della scorsa estate a Casa Milan dove regnava armonia e spirito di gruppo sono solo uno sbiadito ricordo. L’unità dello staff tecnico è la base per ottenere l’unità della squadra: di questo al Milan erano convinti un anno fa quando l’allora allenatore divideva invece che unire. E per questo motivo Galliani e Inzaghi hanno fatto di tutto affinchè Tassotti rimanesse a “casa” a costo di venir meno alla promessa fatta ad Allegri.

L’obiettivo era quello di creare una “squadra” di allenatori che poi si riproducesse in campo. Tutti a remare dalla stessa parte. Evidentemente l’obiettivo non è stato raggiunto e i risultati della squadra lo hanno sottolineato. Non si può dire che i giocatori non si impegnino, ma si tratta di impegno autonomo e autodiretto. Non c’è spirito di collaborazione, non c’è spirito di sacrificio, in un concetto non c’è spirito di squadra. Ognuno si limita a fare il suo. Ma il calcio non è il tennis e i risultati sono frutto dei valori singoli messi al servizio del collettivo. Morale: in questo Milan una rosa non eccellente ma buona rende globalmente e individualmente molto al di sotto delle sue stesse possibilità. La squadra in campo dà l’idea di essere disgregata, ma come potrebbe non esserlo se anche lo staff che la dirige è a sua volta disgregato? Questo è il motivo dell’estremo intervento di Galliani.

Qualche maligno ma attento osservatore potrebbe sostenere anche che se lo staff tecnico/atletico è disgregato, come potrebbe non esserlo se anche la società che lo dirige è a sua volta divisa e contrapposta nelle sue due anime? Ma questo è un interrogativo che questa volta lasciamo cadere, tanto è un tema di cui ci occuperemo ancora per molto tempo. Una cosa è certa se la nemmeno questo disperato tentativo di “unione” darà i suoi frutti, Inzaghi sarà rimosso dall’incarico e si navigherà fino a fine stagione con la guida di Mauro Tassotti. Il nome per il futuro è invece già deciso: è quello di Antonio Conte che dovrebbe liberarsi abbastanza agevolmente da una Federazione che promette di vivere in estate un clamoroso ribaltone. I prodromi ci sono tutti e li vediamo da battaglie sempre più numerose, ritorsioni e vendette dei due schieramenti politici del calcio. Una guerra senza esclusione di colpi, giusto quello che ci voleva per affossare il nostro movimento calcistico già sofferente di suo.

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Ma torniamo a Conte, che secondo il presidente Berlusconi e secondo l’”area sportiva” è l’uomo giusto per far remare tutti dalla stessa parte, dentro e fuori dal campo. Ed è l’uomo giusto per tenere fuori dallo spogliatoio tutte le questioni economiche, societarie e patrimoniali. L’idea diffusa è che con questa rosa, ritoccata soprattutto a centrocampo, abbondantemente ridotta e ulteriormente “italianizzata”, Conte possa fare molto molto meglio di così. Anche senza fare rivoluzioni dispendiose. Staremo a vedere e a sperare.

Per quanto riguarda le speranze, infine una chiosa personalissima sulla questione “cessione del club”. Non è stata realizzata e nemmeno programmata. Ad alcuni risulta che la cessione della maggioranza non sia nemmeno gradita al Presidente, ammesso che si trovi un acquirente. In ogni caso, su una questione così delicata credo che sia bene per ogni tifoso, come il sottoscritto, rimettersi alle comunicazioni ufficiali del Milan e del suo azionista. Qui non si tratta di un giocatore da vendere o da comprare, di un allenatore da ingaggiare o esonerare, di una partita da vincere o perdere, di uno stadio da costruire o solo da progettare. Qui si tratta del “bene supremo” di ogni tifoso, cioè la proprietà e quindi il futuro della nostra squadra del cuore. Su questo tema abbiamo letto e sentito di tutto. Non è il caso di scherzare o inventare. Il tutto sulla pelle del Milan.