Storia di un ex: Carlo Annovazzi, dalle ferrovie al Milan

Storia di un ex: Carlo Annovazzi, dalle ferrovie al Milan


Una foto del 1947 lo ritrae con indosso la maglia rossonera, girata dalla parte del numero: in bell’evidenza il 4, una cifra che ricorrerà spesso nella sua carriera, come per esempio il suo esordio al Milan il 4 febbraio 1945, o la prima partita in nazionale il 14 dicembre proprio di quel 1947. In mano ha un fiasco di vino e Carlo Annovazzi se la beve allegramente. Ne ha ben donde: il Milan ha appena superato la Juventus a Torino per 2-1, e se oggi sarebbe inusuale vedere una scena simile, in quel caso faceva parte dello spirito guasconesco dell’epoca, quando il calcio era ancora un semplice sport seguito in massa dalle folle e rito pagano della domenica.

Annovazzi per la verità non era nato rossonero. Era milanese doc, certo, venuto al mondo il 24 maggio (ancora il 4, visto?) del 1925, ma sognava di giocare nell’Inter del suo idolo Meazza. La guerra era al culmine quando nel 1942 lui se la spassava con la squadra del dopolavoro ferroviario che tirava calci al pallone in un largo spazio dietro a Piazza Vetra e si presentò il Milan, pardon il “Milano” dato che si navigava in epoca fascista, per portarselo via. A che prezzo? Cinquanta lire.

Volto massiccio, folti capelli neri, ruspante e ben piazzato fisicamente, nel 1944-45  gioca la sua prima stagione in rossonero. Sono anni di magra destinati a durare ancora un po’: l’ultimo titolo ufficiale dei rossoneri è quello del 1907 e la carestia di vittorie non accenna a frenarsi. Fin quando la guerra finisce, il campionato riprende e a fine decennio “arrivano i nostri” dalla Svezia: Liedholm e Nordhal compongono con Gren il trio che trascinerà allo scudetto il Milan nel 1951 sotto la presidenza Trabattoni. Annovazzi, soprannominato “El negher” per quel suo colorito di pelle un po’ scuro, è il mediano inamovibile di quella squadra. Resterà rossonero fino al 1953 vincendo anche una Coppa Latina, e fu ceduto all’Atalanta in cambio di Soerensen, non senza una punta di dispiacere: “Ero in vacanza a Jesolo – avrà modo di dire nel 1971 – ero felice di poter essere a Milano e rimanervi fino a fine carriera. Era la mia certezza. Poi, in quei giorni mi arrivò un telegramma con scritto che ero stato venduto all’Atalanta. Mi sentii morire, non riuscivo a rassegnarmi”. A fine carriera, chiusa dopo aver lasciato i bergamaschi e vagato in club minori, intraprende un percorso di allenatore di squadre della periferia milanese, fin quando non entra nel quadro tecnico del Milan con Nereo Rocco occupandosi delle giovanili.

Se n’è andato davvero nel 1980, troppo presto, a 55 anni, ma ha fatto almeno in tempo a lasciare ai posteri un certo Franco Baresi, osservato e scoperto insieme a Italo Galbiati. Nel frattempo, anche Meazza era scomparso, circa un anno prima di lui. E in quel 1980 gli fu intitolato lo stadio di San Siro. Finalmente, lassù, Annovazzi avrà di certo coronato il suo sogno.




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