Rocco Commisso, the self-made man: storia del prossimo proprietario del Milan

Rocco Commisso, the self-made man: storia del prossimo proprietario del Milan


Anno 1961, l’asse Italia-America è bollente. Rocco Remo Commisso, con madre e fratelli, parte da Gioiosa Jonica, piccolo comune nel sud della Calabria, alla volta del Canada. Il ragazzo cresce a Toronto, sarà uno dei boss della ‘ndrina Commisso, clan attivo nel narcotraffico fra Canada, Argentina e Australia. Ma l’Italia, in America, non è soltanto mafia.

Nello stesso anno, un ragazzo con lo stesso nome parte dallo stesso luogo per un viaggio simile, ma con meta diversa: Stati Uniti, e non Canada. Sessant’anni più tardi, quel ragazzino che a dodici anni lasciava la Calabria con la madre e due sorelle per raggiungere il padre emigrato negli States, diventerà (con ogni probabilità) il proprietario del Milan.

E’ il prologo della storia di Rocco Commisso. Oggi imprenditore di successo, ieri pizzaiolo del Bronx nel locale del padre. Lavorava, 40 ore a settimana, e studiava, parecchio: si aggiudica una borsa di studio alla Columbia University e si laurea, ventiduenne, in ingegneria industriale. Poi la Chase Manhattan Bank e Cablevision, inglobata da Warner Media. La svolta, nel ’95: Commisso fonda Mediacom, che in qualche anno diventa azienda di punta fra gli operatori via cavo statunitensi. Fatturato annuo? Più di un miliardo e mezzo di dollari. Impiegati? 4500. Più un milione e mezzo di clienti in 23 stati diversi (contando solo gli Stati Uniti). Per un patrimonio totale di quattro miliardi e mezzo di dollari. Insomma, il classico impero economico del perfetto self-made man.

E non finisce qui. Perché Rocco Commisso, cresciuto in America ma col cuore italiano, è un grande appassionato di pallone: è grazie al calcio e alle sue doti da mezz’ala, del resto, che riesce ad ottenere la famosa borsa di studio alla Columbia. Un difetto? E’ profondamente juventino, da sempre: “fin da quando giocavo a calcio sulle spiagge sabbiose della Calabria”, raccontava un anno fa a We Are Italians. Tanto da ammettere di esser stato vicino a molti club italiani (Roma, Sampdoria, Pescara, Palermo, Catania e Reggina), tutti rifiutati proprio in virtù della fede juventina.

La sua prima (e fin qui unica) tappa nel mondo del calcio si chiama New York Cosmos: squadra titolatissima nel panorama statunitense, che salvò dal baratro (il fallimento) nel 2017, oggi in seconda divisione. Dicono di lui che è uno di quelli che si fanno voler bene: amato dai dipendenti e sempre presente in spogliatoio nei pre-partita. Al Milan, evidentemente, non potrà essere lo stesso: New York-Milano in effetti non è proprio questione di minuti, ma per ora va bene così. D’altra parte i cinesi non ci hanno abituato benissimo. Caro Yonghong, i milanisti di oggi si accontentano con poco: di un presidente, francamente, ci basta sapere chi è. E di te, purtroppo, non sapevamo niente.




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