Bonucci e la sindrome dei 365 giorni

Bonucci e la sindrome dei 365 giorni


Quando un uomo siede vicino ad una ragazza carina per un’ora, sembra che sia passato un minuto. Ma fatelo sedere su una stufa accesa per un minuto e gli sembrerà più lungo di qualsiasi ora. Questa è la relatività.

Con questa semplice frase, molti anni fa, Albert Einstein iniziava a far conoscere al mondo una delle sue più celebri teorie. Quella, naturalmente, della relatività. Sono passati 365 giorni dall’arrivo di Leonardo Bonucci al Milan. Un anno esatto da oggi. Un lasso di tempo, a prescindere che lo abbiate percepito come infinitamente lento oppure infinitamente veloce, in cui sono cambiate tante cose.

Opposti

A cominciare dallo stesso Bonucci. Arrivato nell’entusiasmo e nell’esaltazione generale, certificata da una frase “Lavorerò per spostare gli equilibri” – ben presto trasformatasi in un fardello decisamente insopportabile per lo stesso Leonardo. Il Milan, quel Milan, voleva lottare sin da subito per scucire lo Scudetto dal petto di quella Juventus che, sei anni prima, a sua volta, lo aveva staccato ferocemente dal petto del Diavolo.

Ma, si sa, non tutto va come lo si programma e dopo 365 giorni, giudicate voi se si tratti di un tempo sufficientemente lento o sufficientemente veloce, la Juve prende CR7 e pare rafforzarsi in maniera impareggiabile. Mentre il Milan, il club che 7 volte ha vinto quella Champions diventata ossessione dei bianconeri, viene brutalmente sbattuto fuori dall’Europa League.

Trasformazione

Oggi il Milan è economicamente, politicamente e tecnicamente il club più debole delle big italiane, scavalcato anche da una Lazio che, se non altro, l’anno prossimo giocherà certamente una rassegna continentale. Una sorta di impotenza che si riflette nel senso di smarrimento che accomuna tutti: dirigenti, staff tecnico, gli stessi giocatori. Di cui Bonucci dovrebbe essere il leader. Ma che, semplicemente, non può esserlo in maniera piena. 

Troppo grande ed evidente la Spada di Damocle posta sulla testa del capitano rossonero e della Nazionale, ideale rappresentazione metaforica di una cessione non (ancora) così concreta, quanto non (ancora) così impensabile. Del resto, se la Juve ha preso Cristiano Ronaldo dal Real Madrid, nulla può dare la certezza che qualcuno non si presenti in via Aldo Rossi con una bella valigetta piena di milioni (ne servono almeno 45-50, sicuramente non 32) in grado di convincere Fassone e Mirabelli, o chi per loro, a salutare l’uomo che l’anno scorso venne designato come colui che avrebbe potuto spostare gli equilibri.

Conti alla mano

E che, invece, non lo ha fatto. Perchè, alla fine, c’è anche l’obbligo di dover dare un giudizio oggettivo, scevro da quel sentimentalismo calcistico non proprio della professione giornalistica. E, quindi, occorre dire che Bonucci non è andato nemmeno lontanamente vicino a spostare gli equilibri. Nonostante l’entusiasmo iniziale, nonostante l’abbraccio dei tifosi, un anno fa a casa Milan. Nonostante una fase centrale di stagione sufficiente, non corroborata però da una prima parte ed un finale – ed una Finale – ben al di sotto delle aspettative.

C’è sempre un ma…

Nonostante tutto, però, noi a Leonardo vogliamo ancora bene. E lo vorremmo ancora con noi. E lo vorremmo vedere, nel maggio prossimo, con in braccio, da un lato, i suoi meravigliosi figli e, dall’altro, uno trofeo con la coccarda rossa e nera. Lo auspichiamo, davvero, per lui, per noi, per tutto il Milan. Che, 365 giorni dopo, a prescindere che si tratti di un tempo decisamente breve o decisamente lungo, è ripiombato, quasi fosse una malattia, nella depressione dell’ultimo lustro.




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