Il Milan degli ancelottiani rinnega il suo DNA. Non ci sono trombette e rigori che tengano

Il Milan degli ancelottiani rinnega il suo DNA. Non ci sono trombette e rigori che tengano

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Leonardo (psg.fr) Rodrigo Caio

Così è troppo. Un’altra figura indegna, un altro episodio surreale di una serie tragicomica che sembra non avere più fine. Un’altra serata da incubo, di quelle in cui il tifoso – non solo milanista – vorrebbe chiudersi nella stanza, cancellare qualsiasi profilo social ed estranearsi dal mondo per almeno un paio di settimane. Un’altra, ancora. Che si aggiunge in un anno solare circa alla clamorosa rete di Brignoli, un portiere, subita in quel di Benevento e che regalò di fatto il primo storico (e inaccettabile, lato rossonero) punto in Serie A ai campani e alla disfatta quasi tennistica in finale di Coppa Italia contro la Juventus. Così è troppo.

IL MILAN RINNEGA LA SUA TRADIZIONE – Dov’è finito il DNA Milan? I rossoneri fino a dieci anni fa dominavano l’Europa, raccogliendo con il ciclo-Ancelotti forse anche troppo poco rispetto allo strapotere che al mondo avevano manifestato. Quello che però era di fatto il proprio habitat naturale si sta inesorabilmente trasformando in palcoscenico di altrettante imprese, raccapriccianti. L’Europa League è un’altra cosa rispetto alla Champions, è vero. Ha meno fascino e di conseguenza garantisce altri stimoli. Ma lo è altrettanto il fatto che – per questi ultimi anni – rimane comunque grasso che cola, un’opportunità importante per confrontarsi con le più autorevoli realtà continentali e per affermarsi – nuovamente – in ambito internazionale. Opportunità che i ragazzi di Gattuso hanno fallito, uscendo meritatamente da una competizione affrontata con superficialità e scarsa personalità sin dalla prima gara: un solo gol segnato in casa del dopo-lavoro lussemburghese e la quasi disfatta di San Siro sempre contro gli stessi, evitata solo per un Cutrone in stato di grazia e un pizzico di orgoglio. Passando poi per la sconfitta casalinga contro il Betis, settima forza nella Liga spagnola. Triste sì, ma giusto uscire ieri: non ci sono “trombette e rigori” che tengano.

PEGGIO DEI “CINESI” – Gattuso in panchina, Leonardo e Maldini dietro la scrivania: il preludio al grande ritorno del Diavolo nell’Olimpo del calcio. Invece la Trinità proprio nella terra degli Dei è riuscita nell’impresa di fare addirittura peggio di quanto fatto dal Milan ‘made in China’ – o meglio – assemblato e guidato dal (giustamente) rinnegato duo Mirabelli-Fassone. E non solo in campo, perché le dichiarazioni dirigenziali post partita rischiano di rivelarsi un clamoroso autogol. Predicando calma e lucidità nei confronti di Leo, noi stessi non vogliamo incorrere in giudizi affrettati: il lavoro è appena iniziato e il tempo avuto a disposizione ancora troppo poco per arrivare a tirare delle somme. Ma dell’influenza positiva infusa al gruppo da parte dei due simboli carismatici di ancelottiana memoria – ad oggi – neanche l’ombra. O forse solo quella. Per il momento i totem non bastano e infatti eccoci qua, a redigere l’ennesimo epitaffio della più recente – e desolante – decade in campo internazionale (e non solo).

BICCHIERE MEZZO PIENO – Se proprio vogliamo provare ad essere ottimisti, forse, è meglio così. Questo Milan, così modesto, così raffazzonato, così Calimero, è giusto che si concentri ora sul singolo obiettivo: il quarto posto in campionato (dopo la sentenza UEFA, divenuto necessario come l’ossigeno). Al di là delle critiche, non scopriamo ora che l’impegno infrasettimanale – specialmente se cade di giovedì – costituisce uno sforzo psico-fisico notevole, di cui una squadra falcidiata dagli infortuni come quella rossonera è meglio che faccia a meno. Senza andare troppo lontani, gli stessi cugini interisti la scorsa stagione – dispensati da competizioni europee – trassero un evidente vantaggio proprio ai danni di un Milan intento a scalare la classifica, ma che alla lunga accusò il doppio e dispendioso scontro con l’Arsenal in Europa League. Quasi ci viene da dire, tralasciando momentaneamente la Coppa Italia: one impegn’ is megl’ che two. 

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