Donnarumma e Suso, odi et amo. Ma forse hanno sempre avuto ragione

Donnarumma e Suso, odi et amo. Ma forse hanno sempre avuto ragione


Odi et amo. Recita così uno dei più conosciuti scritti del poeta latino Catullo, intento a descrivere un rapporto, d’odio ed amore appunto, con la sua amata. Un legame costellato di alti e bassi, di gioie sì, ma anche di dolore, incomprensioni e momenti di estrema tensione. Una trama che calza perfettamente, in un metaforico parallelo, alla vita rossonera di Gianluigi Donnarumma e Jesùs Suso.

Odi et amo

Due dei rossoneri, a dispetto di un’età verdissima, più longevi. Due delle certezze, nel bene o nel male, di questo (e si spera di quello venturo) Milan. Entrambi, chi per ragioni contrattuali – vedasi Gigio – ,chi per motivazioni tecniche – vedasi lo spagnolo -, sono finiti in passato nel tritacarne di un’ambiente fin troppo spesso labile in fatto di giudizi oggettivi e riconoscenza. Come, detto, dunque, odi et amo.

Prima il 99…

Il primo a finire nella tempesta meneghina era stato proprio il portiere. Troppe le discussioni su un rinnovo che troppo facilmente ha assunto i contorni di una pantomima indegna di un club come il Milan. Così come troppi, secondo una rispettabilissima fetta di tifoseria, erano e sono i 6 milioni di contratto sottoscritti dal 99 e dal procuratore Raiola.

…poi l’8

Diverso, invece, il discorso relativo a Suso. Trascinatore assoluto della banda Gattuso nella prima parte del campionato. Un trimestre giocato ad alti livello, al contrario di una squadra che – fra un Higuain capriccioso ed una marea di infortuni – affondava nel grigiore del centroclassifica. Opaca controfigura di se stesso, invece, nel momento topico della ricorsa rossonera. Complice, va detto, dei problemi fisici fin troppo, forse, sottaciuti e, sempre forse, meritevoli di un filo di comprensione maggiore.

Amore, attaccamento e meriti

La gara con il Frosinone, se possibile, fornisce una grossa rivincita a loro stessi in primis, ma anche a chi li ha sempre difesi (con Gattuso in testa). Una partita cruciale, risolta con una parata da 6 milioni su un calcio di rigore che, probabilmente, avrebbe sentenziato morte certa per i flebili sogni Champions del Milan; e, qualche minuto dopo, chiusa da una punizione di rara bellezza eseguita dall’iberico, forse troppo poco celebrata. Ma, del resto, Suso non porta né una maglia blaugrana con un 10 sopra, né una bianconera con il numero 7.

Una vittoria totale, dunque, che porta in calce le firme di quei calciatori, di due ragazzi, che di certo demeriti ed errori ne hanno collezionati, in questi anni. Ma che, forse, sarebbe anche più corretto non brutalizzare quali capri espiatori di ogni risultato o giocata negativa. Innanzitutto per delle qualità tecniche non poi così occulte. E, seconda cosa, perché portatori di un’amore e di un attaccamento alla maglia forse poco celebrato sui social, ma ben visibile. Anche agli occhi di osservatori non troppo attenti.

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