Donadoni: "Avrei voluto allenare il 'mio' Milan". Ma nell'ultimo decennio tante scelte sbagliate

Donadoni: “Avrei voluto allenare il ‘mio’ Milan”. Ma nell’ultimo decennio tante scelte sbagliate


In un’intervista per La Stampa, dalla Cina Roberto Donadoni ha dedicato un pensiero affettuoso al Milan, dove in dodici anni da calciatore – dal ’76 all’86 e dal ’97 al ’99 – ha vinto tutti i trofei a disposizione. L’allenatore ex Bologna, ora allo Shenzen, ha sottolineato il suo dispiacere “per non essere mai stato allenatore della ‘mia’ squadra. Mi sarebbe piaciuto esserlo, ma purtroppo non ho mai avuto questa opportunità“. La sua carriera ha vissuto due momenti diversi: se da giocatore le sue qualità non sono mai state messe in dubbio, da tecnico l’esperienza non è stata così esaltante. Il club rossoblù, ma anche Livorno, Cagliari, Genoa o Parma. Tante squadre dirette in Serie A che hanno lottato per la salvezza, ma zero titoli conquistati e mai vere e proprie formazioni – eccetto il Napoli e la Nazionale – che lottassero per vincere qualcosa. Di lui si potrebbe dunque pensare che, allenatore o non allenatore rossonero, non avrebbe smosso molto in un Milan disastroso come quello visto nelle ultime stagioni. Ma se si guarda indietro a quel 31 maggio 2009 – quando dopo un Fiorentina-Milan 0-2 dell’ultima di campionato Carlo Ancelotti disse addio da allenatore del Milan, come fece Paolo Maldini ma da giocatore di calcio – solo due allenatori sono riusciti a vincere qualcosa in quest’ultimo decennio: Allegri e Montella. Con Giampaolo si è arrivati alla ‘bruttezza’ di nove cambi in panchina. E prima dell’ex tecnico della Sampdoria, quasi tutti hanno fallito miseramente.

Leonardo, il primo allenatore dell’era post Ancelotti

DA LEONARDO A SEEDORF – Dopo l’addio di ‘Carletto’, è Leonardo il nuovo allenatore rossonero nella stagione seguente. Il brasiliano non partì bene (la sconfitta nel derby casalingo per 0-4 contro l’Inter del ‘Triplete’ di Mourinho e quella in Friuli contro l’Udinese), ma il successo in Champions contro il Real di Ronaldo e dell’ex Kakà rigenerò il Milan, che arrivò a giocarsi il campionato fino alle ultime giornate, quando i molti infortuni debellarono le speranze rossonere di vittoria. Alla fine della stagione il Milan chiuse terzo, senza vincere nessun titolo, e Leonardo disse addio per i rapporti non più idilliaci con l’allora presidente Silvio Berlusconi. Nell’anno seguente fu quindi il momento di Massimiliano Allegri, arrivato da Cagliari. E già alla prima stagione, il Milan, rinforzato con gli acquisti di Ibrahimovic, Robinho e Boateng, riuscì a conquistare il 18esimo scudetto, l’ultimo della storia rossonera. Ma quella squadra collaudata – che sembrava non avere rivali anche nella stagione successiva, con un Ibrahimovic che chiuse al primo posto della classifica marcatori – arrivò clamorosamente seconda dopo essere stata scavalcata nel finale dalla Juventus di Conte, che non venne mai sconfitta in nessuna partita di quel campionato. Da lì in poi il Milan perse qualità tecnica in mezzo al campo in favore di centrocampi più ‘fisici‘. Meno classe, più calciatori ‘falegnami’ (concedeteci il termine), tanto che Pirlo salutò proprio per vestire la casacca bianconera e il nuovo regista fu Mark Van Bommel: non proprio un giocatore di tecnica, ma di tutta sostanza.

Allegri dà indicazioni a Niang durante un match del campionato 2014-15, lo stesso in cui è stato esonerato

Massimiliano Allegri rimase anche la stagione successiva, dove riuscì a fatica ad arrivare terzo, e quindi in Champions, con il suo Milan privato dei ‘senatori’ (Inzaghi, Seedorf, Gattuso, Nesta, ma anche Zambrotta, Van Bommel e il portiere Flavio Roma: tutti dissero addio alla fine della stagione precedente). Ma in quella successiva fallì clamorosamente, tanto da venir sostituito alla fine del girone d’andata da Clarence Seedorf dopo un Sassuolo-Milan perso clamorosamente per 4-3. I 35 punti in 19 giornate dell’olandese però – oltre all’eliminazione in Champions contro l’Atletico, ultima gara disputata fino a oggi in Coppa dei Campioni – non furono sufficienti neanche per arrivare in Europa League.

Prima Seedorf come allenatore del Milan
Poi Inzaghi

DAL DISASTRO DI INZAGHI FINO A OGGI – Con Inzaghi al posto di Seedorf le cose andarono peggiorando. Gli acquisti sbagliati, una rosa sicuramente più debole e la poche qualità di ‘Superpippo’ ad allenare (al contrario di quelle straordinarie da calciatore), furono un mix letale che fece fallire il Milan anche nella stagione 2014-15: decimo posto, solo un quarto di finale in Coppa Italia e persino una presunta litigata tra giocatori e tecnico dentro allo spogliatoio nel post di Udinese-Milan 2-1, dove Pippo sarebbe stato invitato a dare le dimissioni. Nella stagione 2015-16 si ripartì quindi da Mihajlovic, preferito a Sarri (allora allenatore dell’Empoli che venne preso dal Napoli). Scelta sbagliata a parte, visti i risultati, il serbo riuscì ad arrivare in finale di Coppa Italia e ancora in corsa in campionato per l’Europa League. Ma i rapporti scricchiolanti tra il serbo e Silvio Berlusconi, che voleva vedere giocare il suo Milan con il 4-3-1-2 e non apprezzava le idee di calcio dell’ex calciatore di Inter e Lazio, portarono all’esonero di Mihajlovic dopo un Milan-Juventus 1-2 in favore dell’allora tecnico della Primavera Cristian Brocchi. Una scelta rivelatasi non azzeccata: i rossoneri persero in finale di Coppa Italia per 0-1 contro la Juventus e alla fine arrivarono solo settimi in campionato. Di male in peggio.

Mihajlovic-Montella: due degli allenatori rossoneri dell’ultimo decennio

Con Vincenzo Montella le cose iniziarono a migliorare. Tanto che arrivò una Supercoppa italiana contro la Juventus a Doha, nonostante sempre un Milan deturpato delle qualità tecniche di un tempo e caratterizzato da molti giocatori non all’altezza, e la qualificazione in Europa League dopo la vittoria per 3-0 contro il Bologna alla penultima giornata. La campagna da 200 e passa milioni targata Yonghong Li-Fassone-Mirabelli nell’estate 2017 migliorò solo in parte la rosa, ma i troppi giocatori acquistati non riuscirono ad amalgamarsi nel 3-5-2 ‘montelliano’ tanto che l’allenatore campano venne esonerato poco prima di dicembre in seguito al pareggio di San Siro per 0-0 contro il Torino. Da lì fu il momento di un altro ex senatore rossonero, Gennaro Gattuso, che quell’anno portò i rossoneri in finale di Coppa Italia (persa 4-0 contro la Juve a Roma) e in Europa League nuovamente. L’anno scorso, nonostante il cuore e la passione sempre mostrata da Ringhio, il Milan perse l’accesso alla Champions League nelle ultime giornate (fatale il pari di Parma e la sconfitta per 2-0 contro il Torino all’Olimpico che permisero il sorpasso dell’Atalanta), uscendo in semifinale di Coppa Italia contro la Lazio di Simone Inzaghi e nei gironi di Europa League a dicembre, dopo la sconfitta di Pireo contro l’Olympiacos.

Gattuso e Giampaolo: il passato e il presente attuale del Milan

Oggi tocca a Marco Giampaolo, proveniente dalla Sampdoria, che in poche gare è riuscito a far vedere un Milan con qualche idea di gioco e un centrocampo finalmente più tecnico, dopo tanti anni di tanta sostanza ‘sprecata’ e poca, pochissima qualità. La speranza è che i rossoneri possano arrivare in Champions League e vincere quella Coppa Italia che oramai manca da troppo tempo: precisamente dalla stagione 2002-03, quella della vittoria della Champions a Manchester contro la Juventus. Se Donadoni fosse diventato allenatore rossonero nelle stagioni precedenti al posto magari di un Filippo Inzaghi o un Cristian Brocchi, avrebbe fatto di peggio? Secondo noi no. Ma il passato è il passato. Il desiderio, ora, è che Giampaolo porti quel ‘bel gioco’ che manca da tanto nella Milano rossonera, facendo divertire tifosi e giocatori e, chissà, magari portando a Casa Milan una coppa che oramai manca da quasi tre anni.

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